LO SAPEVI? #45 RITMO SUDORE E POESIA: LA MUSICA DEL CARNEVALE DI RIO

Dai diamanti non nasce niente, dal letame può nascere un fiore.

Se esiste una legge universale della musica è senz’altro questa, espressa con la inarrivabile maestria del nostro maggior poeta – musicista del XX secolo, Fabrizio De Andrè.

Da sempre, a qualsiasi latitudine, le scintille più luminose della musica si accendono nelle condizioni più disperate, come se l’anima degli essere umani, quando la comprimi troppo e vuoi ridurla a nulla, si ribellasse ricordando a tutti che non esiste miglior antidoto al dolore della poesia.

Questo Lo Sapevi è dedicato a due dei popoli più sfortunati e meravigliosi del nostro pianeta, quello africano e quello brasiliano, agli straordinari abitanti di due terre che hanno conosciuto nei secoli un cinico sfruttamento e sperimentato sulla propria pelle ogni tipo di cattiveria e brutalità, dando origine per reazione alle più fantasmagoriche, commoventi e trascinanti forme musicali immaginabili.

E importa poco che (anche) di questa ricchezza si siano impossessati gli altri: l’arte si può comprendere, imitare e affinare ma non sarà mai la stessa cosa.

Chi ama la musica sa che è lì che deve tornare, per respirare aria pura e ritrovare il senso e le radici di tutto.

L’incontro tra la cultura africana e quella brasiliana è avvenuto, neanche a dirlo, in circostanze drammatiche: con la deportazione di massa di migliaia di africani in Sud America ed in particolare in Brasile, utilizzato dal Portogallo colonialista come una gigantesca stazione di sosta per gli schiavi destinati all’Europa.

Il Brasile è divenuto così il crogiuolo di razze e colori che tutti conosciamo (si stima che attualmente la più grande popolazione africana del pianeta dopo quella nigeriana sia appunto quella residente in Brasile). Insieme al dolore e allo strazio di esperienze difficili anche da raccontare è arrivata in Sud America un’incomparabile quantità di fosforo e genio musicale direttamente dalla culla del mondo. Se ne può avere un’idea ascoltando questo brano del camerunense Richard Bona, “Ida Bato”, che riprende un antichissimo motivo africano risalente addirittura al 1789!

Il lievito musicale africano ha del resto dato frutti gustosi in tutto il globo, in forme diverse a seconda del luogo in cui germinava: si pensi alle particolarissime miscele della musica cubana, di Capo Verde, nonché del blues.

In Brasile ha preso la forma di un gusto particolare per il ritmo, un’attitudine al divertimento e alla gioia di vivere nonostante una malinconia di fondo (la saudade), una vitalità sociale che porta a stare insieme agli altri e condividere la felicità ballando ogni volta che si può.

I riti tribali africani di derivazione voodoo, che esprimevano al meglio religiosità e sensualità, si sono però dovuti adattare alle rigide forme espressive consentite dagli oppressori portoghesi ed hanno così trovato una valvola di sfogo nell’unica tradizione europea in cui ballo, sfrenatezza e rottura delle regole erano consentire e incoraggiate: il Carnevale di origine italiana.

Dall’abitudine borghese dei colonizzatori portoghesi residenti in Brasile di tenere feste in maschera alla maniera veneziana e parigina il carnevale brasiliano divenne presto una festa collettiva, un rito di strada che celebrava la voglia di libertà esaltando le origini africane e la cultura musicale dei brasiliani, con una lontana eco del carnevale europeo. Ecco un video di una sfilata per le vie di Rio per il Carnevale del 1960.

Ecco perché ancora oggi tra le maschere tipiche del Carnevale di Rio vi sono la nostra Colombina e il francese Pierrot (in QUESTO video, che dura ben 17 minuti, una vasta serie di immagini del Carnevale del 1965: nel primo brano si parla appunto… di Colombina e di Pierrot, oltre che del Carnevale di Venezia), insieme ai personaggi e agli dei del candomblé, la religione sincretica afro-brasiliana che si è sviluppata a Bahia dall’incontro tra le varie etnie che, sottoposte alla cristianizzazione forzata, furono costrette a camuffare le proprie divinità sotto le mentite spoglie di santi cristiani. In tempi assai più recenti, di riscoperta delle antiche tradizioni, i grandi artisti brasiliani Vinicius De Moraes e Baden Powell hanno scritto brani dedicati agli dei del candomblè. Da Bahia questo tipo di cultura si spostò a Rio de Janeiro insieme a Tia Ciata, sacerdotessa di candomblè trasferitasi a Rio, che trasformò la sua casa in un punto di incontro di artisti e suonatori (i futuri sambisti): la sua fu in un certo modo la prima scuola di samba.
A Rio de Janeiro (ma non solo) nacquero  così nella seconda metà dell’Ottocento decine e decine di cordoes, gruppi di persone che in occasione del Carnevale sfilavano per i quartieri indossando maschere e suonando musiche appositamente create per l’occasione e che assunsero presto caratteristiche tipiche: ritmica sostenuta (anche cinque o sei tamburi oltre a maracas, campane e quelle mille meravigliose diavolerie con cui i carioca fanno rumore quando suonano) per poter essere suonata all’aperto e in mezzo alla folla e dare la spinta al ballo, melodie travolgenti, orecchiabili e dall’andamento circolare in modo da poter essere suonate senza interruzione per ore e ore fino allo sfinimento. Ecco un documentario che riprende il Carnevale del 1955.

Era nato il samba, la musica del carnevale.
La schiavitù veniva  abolita in Brasile – ultimo tra i paesi del Sud America – nel 1888, il 13 di maggio, data festeggiata in Brasile ancora oggi con una festa con fuochi artificiali, balli tipici e pietanze… insomma, una specie di altro Carnevale.
A questa data, incisa nella carne e nella memoria di questo meraviglioso popolo, è dedicata “13 de Maio”, una delle perle della sterminata produzione di Caetano Veloso, dove si descrive la prima di queste feste di piazza e la gente che celebra in piazza la regina Isabella, cui si deve la firma della legge che aboliva la schiavitù. Qui il brano in una sofisticata esibizione dal vivo.

Nel frattempo la tradizione brasiliana del carnevale prosperava e si arricchiva assumendo forme ritualizzate e divenendo una sorta di competizione musicale e di danza. QUI il link a “O abre alas”, primo disco conosciuto che documenta un brano composto per le sfilate di Carnevale, composto da Chiquita Gonzaga nel 1890.
Ogni quartiere o gruppo di strada poteva concorrere sviluppando un enredo, un tema legato ad un evento storico, alla leggenda di qualche nativo brasiliano o di un personaggio famoso. Il miglior tema veniva giudicato e premiato da un’apposita giuria.

Nascono così le scuole di samba, luoghi ove per tutto l’anno musicisti e coreografi studiano l’enredo da presentare e approfondiscono le melodie più adatte ma che divengono presto una specie di presidio di quartiere, con assistenza sanitaria per gli abitanti e persino centri di aggregazione delinquenziale.

All’inizio del XX secolo la polizia quando arrestava qualcuno controllava per prima cosa se avesse le mani rese callose dal continuo pizzicare le corde della chitarra: essere un sambista era considerato un elemento di sospetto.

D’altro canto, per i sambisti essere un malandro, una sorta di delinquente un po’ dandy e dalla spiccata vena artistica aveva il suo fascino, e anche dal mondo dei fuorilegge i brasiliani riuscivano a trarre il lato poetico.  La figura del Malandro è stata celebrata da Chico Buarque in questo ritratto tenero ed irresistibile: “Homanegem ao  Malandro”.

Il difficile rapporto tra sambisti, malandri e polizia è l’argomento di “Pelo Telefone”, brano del 1917 di Donga che viene considerato il primo disco ufficiale di samba della storia. Noi ve lo proponiamo in questa esibizione dal vivo con Chico Buarque ed un vecchissimo ma sempre in gamba Donga.

Il samba diveniva in poco tempo quindi musica per accompagnare le sfilate del Carnevale ma anche qualcosa di più, un vero e proprio mood della musica di un popolo che non avrebbe tardato a mostrare meraviglie a tutto il mondo.
Alcune delle scuole tradizionali di samba si trasformarono infatti in scuole di approfondimento musicale permanente, dando luogo a capolavori che avevano un’eco che andava ben al di là del periodo del Carnevale e dando modo ad artisti di talento di farsi notare e divenire dei veri e propri divi internazionali.

Tra queste, le più famose furono la scuola di Mangueira, frequentata tra gli altri da Antonio Carlos Jobim e Chico Buarque  (QUI un esempio di un brano scritto da un altro dei suoi esponenti di punta, famosisssimo in Brasile, Jamelao, dedicato appunto alla escola de Mangueira e intitolato “Exaltacao a Mangueira”) e la Guardia de Portela da cui è uscito uno dei più popolari sambisti di sempre, Zeca Pagodinho (qui dal vivo davanti a un pubblico entusiasta in uno dei suoi samba più trascinanti: “Deixa a vida me levar”).

Ma il Brasile è terra di sconfinati talenti musicali anche di livello “alto” (ammesso che una distinzione tra musica alta e musica popolare abbia senso, in una realtà come il Brasile) e negli anni sessanta si affaccia sulla scena una generazione di artisti destinata a rivoluzionare la musica e a far parlare di sé in tutto il mondo: Caetano Veloso, Gilberto Gil,  lo stesso Chico Buarque, Tom Jobim, Milton Nascimento, Gal Costa, Elis Regina, Vinicius de Moraes  e decine di altri incidono brani che pescano a piene mani dalla tradizione del paese innovando e modernizzandone i suoni.

Nasce il tropicalismo, corrente musicale e grido di libertà che costerà ad  alcuni dei suoi più illustri rappresentanti la prigione e l’esilio (ne abbiamo parlato nel LO SAPEVI? #18: Italia e Sud America: una storia d’amore, musica e libertà).

Nel loro sguardo d’amore alle tradizioni del Brasile questi artisti non potevano ignorare il carnevale e il suo infinito bagaglio di melodie e idee né la gioia malinconica delle sfilate: è dunque naturale che i tropicalisti siano autori di alcuni dei brani samba più belli e riusciti. Da quel momento il Carnevale brasiliano diventa occasione per sfoggiare abilità e talento musicale, mentre le canzoni che accompagnano queste incredibili feste divengano musica, a suo modo, colta.

Tra i primi esempi della fortunata fusione tra i cantautori carioca di fascia alta e il carnevale, un brano semplice e dalla melodia indimenticabile composto da Chico Buarque nel 1966, che con grazia infinita tratteggia l’atmosfera di festa e malinconia che pervade la gente che vede sfilare uno dei cordoes carnevaleschi.
Il pezzo, intitolato semplicemente “A banda”, è ancora oggi uno dei capisaldi della musica brasiliana di tutti i tempi. Eccolo dal vivo in un’esibizione del 1966.

Ed ecco il testo, per chi non resiste alla tentazione di cantare che prende quasi sempre con i brani brasiliani, e la traduzione in italiano per apprezzare al meglio l’atmosfera:

Estava à toa na vida
o meu amor me chamou
pra ver a banda passar
cantando coisas de amor

A minha gente sofrida
despediu-se da dor
pra ver a banda passar
cantando coisas de amor

O homem sério que contava dinheiro parou
o faroleiro que contava vantagem parou
a namorada que contava as estrelas parou
para ver, ouvir e dar passagem
a moça triste que vivia calada sorriu
a rosa triste que vivia fechada se abriu
e a meninada toda se assanhou
pra ver a banda passar
cantando coisas de amor

O velho fraco se esqueceu do cansaço e pensou
que ainda era moço pra sair no terraço e dançou
a moça feia debruçou na janela
pensando que a banda tocava pra ela
a marcha alegre se espalhou na avenida e insistiu
a lua cheia que vivia escondida surgiu
minha cidade toda se enfeitou
pra ver a banda passar
cantando coisas de amor
mas para meu desencanto
o que era doce acabou
tudo tomou seu lugar
depois que a banda passou

E cada qual no seu canto
em cada canto uma dor
depois da banda passar
cantando coisas de amor”.

[TRADUZIONE]

“Stavo senza far niente
il mio amore mi chiamò
per vedere passare la banda
cantando cose d’amore

La gente sofferente
salutò il dolore
per andare a vedere la banda passare
cantando cose d’amore

L’uomo serio che contava i soldi si fermò
chi ostentava vanitosamente le sue qualità si fermò
l’innamorata che contava le stelle si fermò
per vederla, sentirla e lasciarla passare
la ragazza triste e taciturna sorrise
la rosa triste che viveva chiusa sbocciò
e tutti i bambini indiavolati
per vedere passare la banda
cantando cose d’amore

L’anziano malfermo scordò la stanchezza e pensò
che era ancora giovane per ballare sul terrazzo
la ragazza brutta si affacciò alla finestra
pensando che la banda suonava per lei
l’allegra marcia si diffuse
insistente per il viale
la luna piena che stava nascosta sorse
la mia città tutta di adornò
per vedere passare la banda
cantando cose d’amore
ma per il mio disincanto
quello che era dolce finì
tutto tornò come prima
dopo che la banda passò

E ognuno nel suo angolo
in ogni angolo un dolore
dopo che la banda passò
cantando cose d’amore”.

 
 
Tutti i tropicalisti hanno amato il Carnevale e composto musiche per le sfilate: tra le più belle “Chuva suor e cerveja” di Caetano Veloso da cui ho tratto il titolo un po’ modificato per questo LoSapevi (in realtà la traduzione é “pioggia, sudore e birra”: QUI il brano, la cui cover ha l’immagine di Caetano vestito da Pierrot brasiliano).

Se volete vedere una bella (ma purtroppo incompleta) esibizione dello stesso  brano al Carnevale, con alcune immagini di ballo davvero imperdibili, ecco il video).

Ma il brano più bello e intenso mai scritto sul Carnevale si deve – non a caso – ad un artista che si è formato, come già si è detto, in una scuola di samba come Chico Buarque, che nel 1985 compone “Vai passar”, un brano che riassume la bellezza e la tragicità della storia del Brasile e richiama esplicitamente le origine del samba e delle sfilate del Carnevale come unica forma di ribellione degli schiavi di origine africana. Ecco il video, che si apre con le terribili immagini di uno schiavo in catene, tanto per ricordare da dove nasce il tutto.

Il brano è un omaggio agli stilemi delle sfilate (musica circolare, ritmica sostenuta e mandolini, campane) e un’elegia al suo popolo, ed anche in questo caso il testo merita di essere letto: ascoltando la musica si viene catapultati nell’atmosfera festosa e allegra del Carnevale, ma dopo aver compreso le parole si  comprende appieno la grandezza di questo popolo, che mentre balla non può dimenticare che sulle stesse pietre dove sta sfilando in maschera sono transitati gli antenati dai piedi sanguinanti, trascinati per le strade mentre la patria si girava distratta a guardare altrove.

Se non si comprende il testo questo brano sembra “soltanto” un samba particolarmente ben riuscito ed aggraziato come spesso sono le canzoni di questo meraviglioso autore; ma una volta tradotte le parole ci si rende conto di essere di fronte ad un vero e proprio grido di libertà, una riflessione amara sulla storia tragica dello schiavismo e sul carico di sofferenza che il Brasile ha scelto di ricordare con il meraviglioso sberleffo del Carnevale.
Ecco il testo in portoghese e in italiano.

Vai passar
Nessa avenida um samba popular
Cada paralelepípedo
Da velha cidade
Essa noite vai
Se arrepiar
Ao lembrar
Que aqui passaram sambas imortais
Que aqui sangraram pelos nossos pés
Que aqui sambaram nossos ancestrais

Num tempo
Página infeliz da nossa história
Passagem desbotada na memória
Das nossas novas gerações
Dormia
A nossa pátria mãe tão distraída
Sem perceber que era subtraída
Em tenebrosas transações

Seus filhos
Erravam cegos pelo continente
Levavam pedras feito penitentes
Erguendo estranhas catedrais
E um dia, afinal
Tinham direito a uma alegria fugaz
Uma ofegante epidemia
Que se chamava carnaval
O carnaval, o carnaval
(Vai passar)

Palmas pra ala dos barões famintos
O bloco dos napoleões retintos
E os pigmeus do bulevar
Meu Deus, vem olhar
Vem ver de perto uma cidade a cantar
A evolução da liberdade
Até o dia clarear

Ai, que vida boa, olerê
Ai, que vida boa, olará
O estandarte do sanatório geral vai passar
Ai, que vida boa, olerê
Ai, que vida boa, olará
O estandarte do sanatório geral
Vai passar.

[TRADUZIONE]

Passerà
per questo viale un samba popolare
ogni pietra del selciato
della vecchia città
questa notte rabbrividirà
a ricordare
che qui passarono samba immortali
che qui sanguinarono per i nostri piedi
che qui sambarono i nostri antenati

In un tempo
pagina infelice della nostra storia
passaggio scolorito nella memoria
delle nostre nuove generazioni
dormiva
la nostra madre patria così distratta
senza percepire di venire tradita
in tenebrosi traffici

I suoi figli
vagavano ciechi per il continente
portando pietre come penitenti
erigendo strane cattedrali
e un giorno, finalmente
ebbero diritto a un’allegria fugace
un’ansimante epidemia
che si chiamava carnevale
oh carnevale, oh carnevale

Applausi per il gruppo dei baroni affamati
il circolo dei napoleoni ripitturati
e i pigmei del viale
Dio mio, vieni a vedere
guarda da vicino una città che canta
l’evoluzione della libertà
finché non albeggerà

Ah, che bella vita, evviva
ah, che bella vita, evviva
lo stendardo del sanatorio generale passerà
ah, che bella vita, evviva
ah, che bella vita, evviva
lo stendardo del sanatorio generale
passerà.

 
 

E poi sulla musica del Brasile è arrivato un angelo, una ragazza dalla voce purissima e cristallina, che prende acuti senza sforzo e con una voce flautata e una immensa sapienza musicale ha portato il samba ad un nuovo livello.

La divina Marisa Monte, donna dalla grazia inarrivabile, si è impadronita della tradizione musicale plurisecolare del Brasile e con il passo leggero di un uccellino ha donato nuova linfa a questi fiori reinterpretando vecchi standard e aggiungendo fiori nuovi.
Tra la Monte e il samba delle escolas è amore a prima vista: suo padre è stato direttore della gloriosa Guardia de Portela e la giovane stella, che ha studiato belcanto in Italia per divenire cantante d’opera prima di dedicarsi a tempo pieno alla musica carioca,  attinge a piene mani dai classici del samba e i vecchi sacerdoti delle scuole di samba ne fanno da subito la loro beniamina e la loro interprete più fulgida. Con lei il samba viene a flirtare con il jazz e le sue interpretazioni dei brani di successo delle sfilate di carnevale sembrano capolavori senza tempo. Il miglior esempio è la sua reinterpretazione di “Esta melodia”, che affidata alle sue mani diventa un classico dal sapore pieno di nostalgia.
Ve lo proponiamo in questa commovente esibizione dal vivo accompagnata dagli storici componenti della Velha Guardia de Portela: l’entrata in scena della diva, elegantissima e con il sorriso radioso di chi è sul tetto del mondo e l’omaggio che le tributano i custodi della samba –  gli ultimi sacerdoti della tradizione –  che con gesto di galanteria struggente si levano il panama per omaggiare la donna e l’artista è un momento da antologia.
E la Monte, giovane stella, comincia a cantare quasi a cappella la parte iniziale del brano, donando all’intro – all’inizio destinato solo a preparare l’ingresso in scena dei carri carnevaleschi  – prima della parte ritmica una grazia nuova  che ne fa un canto di nostalgia universale.
L’artista, in stato di grazia, canta per il pubblico ma anche un po’ per i suoi “vecchi” e presto è a loro che si volge dando le spalle alla platea: è un omaggio, divino ma rispettoso, alla musica e alla tradizione secolare della sua gente.

Ma non esiste innovazione in questa terra benedetta dal dio della musica senza rispetto per le tradizioni, ed è allora logico e bello che la stessa canzone ritorni alla strada da dove è partita: ed è per la gente che si riunisce in strada per ballare e stare insieme, come un perenne carnevale che Marisa Monte si esibisce con la Velha Guardia de Portela sotto la guida carismatica di Zeca Pagodinho (che del brano è autore) in quest’altra bella versione di “Esta melodia”, che testimonia ancora l’amore di questo popolo per la gioia e la bellezza, da condividere tutti insieme.

Il brano viene restituito alla sua dimensione di festa collettiva in un samba collettivo che gronda poesia e amore tra le sedie di plastica e le cucine di questo banchetto all’aperto in cui tutti sono cantanti e ballerini e la regina Marisa Monte, visibilmente divertita, fonde la sua voce in un infinito coro collettivo.

E il carnevale? Continua a prosperare e diviene fenomeno inarrestabile: le sfilate sono ormai così imponenti ed affollate da non poter essere più tenute nelle strade di Rio, inadatte a contenere la voglia di migliaia di persone di partecipare, guardare, ballare e unirsi ai carri e alle cordoes: negli anni ottanta nasce così il Sambodromo, struttura architettonica lunga centinaia di metri e destinata ad accogliere 85.000 tra spettatori, giurati e protagonisti di questa festa divenuta un fenomeno unico al mondo, senza perdere il contatto con l’anima di questo inimitabile angolo dove si concentra tutta la poesia possibile.