Lo Sapevi?

LO SAPEVI? #37 IL ROCK E L’ARTE DI ADDORMENTARE I BAMBINI

by Costia

… E NON SOLO (NINNANANNE E MUSICA POP)

Fonte: Pinterest

Fonte: Pinterest

Non esiste momento più dolce e privato del rito che si consuma ogni sera, per anni, in ogni casa dove c’è un bambino: quello in cui i piccoli vengono accompagnati tra le braccia di Morfeo da genitori che si improvvisano cantanti, e col suono della voce cullano metaforicamente i loro ascoltatori fino a cacciare da loro la paura del buio e dell’ignoto che pervade tutti negli ultimi momenti di veglia della giornata.
Ovvio che, se a cimentarsi in questo compito sono degli artisti che nella voce e nella capacità di comporre suoni hanno il loro speciale talento, possono sortirne dei veri capolavori, ove ispirazione, amore e intensità – gli ingredienti che fanno lievitare una manciata di note e la trasformano in una magia – sono al massimo grado, e quelle strofe nate nel chiuso di una cameretta possono diventare inaspettatamente melodie universali.
Questa è la storia di alcuni di questi piccoli gioielli della musica, creati da mamme e papà sul bordo di minuscoli letti, o in capanne illuminate dalla luce della luna o da innamorati che per il partner hanno speso le ultime stille di veglia di qualche giorno speciale. Poiché l’ingrediente imprescindibile di quasi tutte le ninnananne del mondo è la melodia (è difficile immaginare una ninnananna metal o punk, anche se ci sono delle eccezioni, come vedremo), un posto di primo piano in questa carrellata spetta di diritto agli artisti della nostra penisola, che della melodia è una delle … (ehm) culle.

La più bella ninna nanna italiana dei nostri tempi è senza dubbio Ninnannaninnannoe di Pino Daniele, brano dotato di un’intensità che mette i brividi. La magia che trasuda da questo brano è qualcosa di unico, che si percepisce al primo accordo.
Il giovanissimo Pino è solo con la sua chitarra, i magnifici musicisti con cui suona le altre canzoni del suo secondo ed omonimo album, tra i più belli della storia della musica italiana, sono andati a dormire, e l’artista ricorre per addormentare la sua piccola appena nata alla cosa che sa fare meglio: le canta una canzone, una ninna nanna, ma lo fa da par suo… è in una fase della vita in cui esce solo oro dalle sue dita, qualsiasi cosa compone, e il brano che ne esce è di una bellezza tale da lasciare un segno indelebile. Teoricamente, la forza e la drammaticità che pervadono le note di apertura strimpellate dalla chitarra del giovanissimo autore mal si dovrebbero conciliare con la scena di un padre che sussurra alla propria bambina neonata: ma siamo a Napoli, terra difficile e piena di insidie.

E allora è normale che un padre culli la propria creatura con una nenia dolcissima ma dal retrogusto amaro, ed alterni rassicurazioni ad immagini che sembrano studiate per evocare terrore: per quanto fuori possa esserci il maltempo, o sia in agguato il terribile “mammone”, non c’è da temere, perché c’è qui papà, a vegliare, e chiuderà le porte a tutto il male che viene da fuori.

Per la cronaca, il “mammone” evocato dal padre partenopeo pare sia una statua esistente sulla porta secondaria di Castelnuovo, raffigurante un coccodrillo che nel Quattrocento viveva nel fossato del castello e a cui sarebbero stati dati in pasto i congiurati della Congiura dei Baroni dal re Ferdinando I; l’animale, successivamente imbalsamato ed esposto sul portone, vive ancora dopo tanti secoli nell’inconscio dei napoletani, e la sera compare a terrorizzare i piccoli.
E dunque ecco evocato il pericolo, e con lui l’antidoto: basta che la piccola si stringa al suo papà, il possente e geniale Pino (il quale, va detto, quando ha composto questo brano aveva appena smesso di fare lo scaricatore di porto per guadagnarsi da vivere, e il suo aspetto non doveva essere dei più tranquillizzanti, anche per un “mammone”) perché il nemico passi e si allontani… l’invito quasi strillato del padre alla sua piccola, a “stringergli le dita, sempre più forte” (perché è tale la differenza tra le manine della neonata e le manone del padre che la prima ne può afferrare solo un dito) è una scena di dolcezza infinita.

Poiché vi ho già parlato della ninna nanna catanese di E alavò di Cesare Basile non mi ripeterò (però approfitto per rimandare chi non l’ha letta all’approfondimento dedicato a questo splendido artista: CESARE BASILE: ARTISTA DEL MESE, ma restando in tema di nenie tradizionali italiane, un cenno lo merita senz’altro Lucilla Galeazzi, cantante di origine ternana che da anni delizia gli appassionati del folk nostrano con una voce dal suono cristallino e puro.

Tra i suoi brani più belli, questa bella ninna nanna composta da Ambrogio Sparagna, Sogna core mio, in uno strano dialetto del centro-sud Italia che faccio fatica ad identificare (magari qualcuno dei lettori sa la soluzione). Torniamo a  Napoli con un’altra ninna nanna, dal sapore amaro: è quella dedicata da Eugenio Bennato ai migranti. Il cantautore partenopeo rivolge uno sguardo pieno di amore a tutti quelli che ogni giorno sfidano il mare e la morte per il sogno di approdare in una terra che dia loro quei diritti che troppo spesso gli sono negati nella loro patria, ed augura loro in movimento di essere cullati dalle onde, ed ai tanti bambini imbarcati su Carrette di mare, spesso letali, di poter continuare a sognare, senza stancarsi e senza sentire le tempeste della vita. Lasciamo l’Italia insieme all’aereo con cui Francesco De Gregori saluta il suo amore nel celeberrimo valzer Buonanotte fiorellino.  Qui anche una versione live assieme a Lucio Dalla.

Secondo una leggenda che gira da sempre questo brano parlerebbe, nel solito modo criptico del cantautore romano, di un disastro aereo dei primi anni settanta in cui avrebbe perso la vita la prima moglie di De Gregori, che attendeva in Sicilia la donna per poi proseguire insieme a lei alla volta di Roma (ecco perché gli accenni al “biglietto scaduto”, che è il biglietto Palermo – Roma che De Gregori non prenderà più, la frase sulla buonanotte (in realtà, un addio) al suo amore, ed il senso degli strazianti versi dedicati dal nostro ad una donna che evidentemente non c’è più: “il granturco nei campi è maturo, ed ho tanto bisogno di te, la coperta è gelata e l’estate è finita” ed infine i numerosi accenni al cielo ed alle stelle, che hanno portato via l’amata… ma non l’hanno portata via davvero perché “gli uccellini nel vento non si fanno mai male”).
L’interpretazione è suggestiva, e non si può ascoltare il pezzo, una volta saputa la storia, senza commuoversi. Però pare che non sia mai stata confermata, anzi è stata smentita dall’ombroso cantante capitolino.

E rimaniamo in tema, con un altro brano dedicato al sonno dell’innamorato: la meravigliosa ballata O sleep composta da Lisa Hannigan, affascinante e talentuosa cantante irlandese. La ragazza è sola nel letto, e fatica a prendere sonno, perché si strugge di nostalgia per il suo amato lontano, cui rivolge pensieri pieni di poesia ed amore, sul ritmo cadenzato e dolce di questa ballata… fino a trovare pace nel ricordo, che qualsiasi innamorato ha provato:

Da adesso fino all’alba,
non può essere troppo lungo per me,
sto contando le ore
finché dormirò con i miei piedi sui tuoi piedi,
il tuo respiro, addormentato, sulla mia guancia.

Ammetto che dopo aver ascoltato e riascoltato questo brano, ed averne tradotto ed assaporato il testo parola per parola, ho invidiato l’oggetto di tanta grazia e bellezza (in rete ne esistono moltissime versioni dal vivo, alcune molto belle: la mia preferita è questa, improvvisata dalla bella Lisa sotto una finestra, dal suono imperfetto ma dal tono ispirato:

Se volete ascoltarla nella versione in studio, dove peraltro è eseguita in duetto con Ray LaMontagne e con accompagnamento più sostenuto, eccola.

Non potrebbe esserci contrasto più aspro con la più celebre Lullaby, brano tra i più famosi dei The Cure. Il gruppo, passato alla storia come inventore del genere dark, stile tutto merletti neri e richiami all’oltretomba ed al decadentismo noir, non si smentisce in questo brano, ninnananna del terrore che narra dello strano rapporto tra il cantante ed un ragno deciso “ad averlo per cena”. Il video, tra i primi della storia del rock, mostra il celebre Robert Smith, dal look copiatissimo all’epoca, che geme cantando semisepolto da ragnatele. Non il genere di racconti con cui far dormire vostro figlio, insomma!

Ah già, i bambini…

Torniamo sul tema, con una carrellata di ninne nanne dal mondo che vi lascerà… pacificato con il mondo (e che, spero, non vi farà dormire… o forse sì): si va dalla gelida Lullaby della siberiana Zulya, una nenia piena di vento e buio, alle calde ninne nanne del Sud del mondo: la Cancion para dormir a un Nino mapuche, filastrocca ipnotica dell’argentina Beatriz Pichi Malen e la sudafricana Thula Mama di Sibongile Khumalo.

Ma devo confessarvi che se potessi tornare bambino, vorrei addormentarmi con un altro brano, che non sono riuscito a tradurre (e dunque non so nemmeno se è una ninna nanna): “Obiero” di quel fiero guerriero di etnia Luo che risponde al nome di Ayub Ogada.Ed è con questo brano di bellezza infinita che vi lascio, in punta di piedi (qui un video unofficial con immagini davvero stupefacenti), ma io adoro questa esibizione live al festival olandese “Muziekgebouw aan ‘t IJ” (Gennaio 2014) del mio mito Ayub, che fa il suo ingresso davanti al Nederlands Blazers Ensemble, un’orchestra di olandesi bianchissimi ed allampanati che lo ascoltano rapiti e provano ad accompagnarlo nella maniera più discreta possibile con oboi e controfagotti, in un connubio forse impossibile che esalta ancora di più il portamento e la regalità di questo principe africano.

 

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