LO SAPEVI? #44 LA RIVOLUZIONE DI BRISTOL: STORIA DEL TRIP HOP

Alla fine degli anni ottanta del secolo scorso la musica rock ha vissuto uno dei suoi momenti più difficili: devastata dall’impatto con la dance, i nuovi imperativi della generazione artistica al potere sembravano essere divertimento e leggerezza.

Il modello culturale dominante erano di nuovo provenienti dagli USA, che avevano esportato in tutto il mondo la voglia di ammassarsi nelle discoteche e ballare come forma estrema di divertimento: scomparsi e derisi i guru del prog e del rock colto, gli occhialuti laureati che avevano monopolizzato il discorso nei dieci anni precedenti.

Ma ogni azione genera una reazione, anche nel rock, e pian piano partì dalla vecchia Europa una resistenza al diktat imperante, un nuovo modo di fare musica “alta” che prese il via proprio dai luoghi ove le cose in quel momento succedevano: le discoteche.

E’ proprio qui, dove era meno prevedibile, che partì “l’attacco al cuore del sistema”. Gli alfieri del tentativo di “guarire” la musica dalla febbre del sabato sera appartenevano infatti alla categoria più odiata dagli intellettuali del rock: i dj.

In una città anonima nel cuore industriale del reazionario Regno Unito, la piccola Bristol, un piccolo manipolo di giovani “mischiadischi” concepisce un nuovo modo di intrattenimento, esibendosi in serate ove lo scratch delle puntine e le sfide verbali dell’hip hop vengono trasformati in un tipo di musica del tutto differente e molto più ambizioso.

Il ritmo frenetico imposto dai dj americani viene rallentato, così chi vuole ballare “deve” farlo in modo ipnotizzato e ad occhi chiusi; ai suoni elettronici dei mixer si accompagnano e danno la ritmica rumori industriali, così familiari a ragazzi di Bristol, e suggestioni sonore urbane.

Un’atmosfera notturna e onirica pervade queste interminabili session, dalle quali si sprigiona un senso di novità ed un fascino irresistibili, tanto da creare nei locali dove si suona questa musica  nuova un afflusso di persone mai visto, con veri e propri problemi di ordine pubblico che rendono Bristol un vero e proprio “caso” anche mediatico.

Tutti vogliono chiudere gli occhi e “viaggiare” con i ritmi complessi e le nenie ossessive e scure di questo nuovo gruppo di eroi: sta nascendo il “trip hop” (anche se nessuno ancora lo chiama così).

Gli autori? un manipolo di giovani geni che si alternano ai piatti e cominciano a concepirsi come una vera band, anzi un “gruppo”: The Wild Bunch come ama chiamarsi questo collettivo di dj.

Tra questi, a testimonianza dell’alto tasso di fosforo e arte che contraddistingue l’ensemble, un artista di strada che riempie i muri di Bristol di graffiti: si chiama Robert “3D” Del Naja ed ha origini napoletane e due dj “puri” che si fanno chiamare Mushroom e DannyG.

Ai tre si unisce presto un giovane di origini caraibiche che, dopo la folgorazione come spettatore di una delle serate in cui ha ascoltato la nuova musica, raggiunge il palco e millanta esperienze musicali, riuscendo a convincere i suoi interlocutori ad accettarlo nel gruppo.

Il ragazzo ha una storia di emarginazione  e sofferenza (il padre non lo ha mai conosciuto, la madre si è suicidata quando aveva quattro anni lasciandolo in balìa di una nonna che, a giudicare dai testi di alcune sue canzoni, deve avere usato con lui una crudeltà che rasentava il sadismo e la perversione) ed una faccia segnata da cicatrici, nonché alle spalle una carcerazione da minorenne. Insomma, sembra ben avviato ad una carriera nel mondo dello spaccio locale,  ma ha personalità da vendere e un’immaginazione fervida che dona alle serate del collettivo di dj e street artist la verve e la vena poetica che li trasforma, come lievito, in qualcosa di diverso e dagli effetti dirompenti. Il suo nome è Adrian Thaws, ma come tutti adotta subito un nickname che è tutto un programma, “Tricky”.

Il collettivo prende la forma di un vero e proprio gruppo e comincia a trasformare le performance nei club in veri e propri brani, cercando di non smarrirne l’essenza di musica da “viaggio” mentale: sono nati i Massive Attack, che dalla piccola Bristol partono per primi alla conquista del mondo.

Il primo disco, Blue Lines esce nel 1991, e mescola in modo coraggioso ritmi dance e reggae, dub elettronici e suoni tradizionali con la voce soul della vocalist Shara Nelson, che si alterna con lo stesso Tricky nel ruolo di cantante e dà bella prova di sé nel singolo che li lancia in tutto il mondo, Unfinished Sympathy.

L’intro è dirompente: dai suoni di sottofondo si staglia una voce imperativa che impone il silenzio e partono in rapida successione una puntina che graffia il disco zigzagando tra i solchi, suoni elettronici ed un violoncello che danno il la ad un inizio cupissimo fino all’ingresso in scena della splendida voce soul che accende la luce in un incontro di mondi inedito. Tutto il credo del nuovo genere musicale è nei primi venti secondi.

Inizia così una delle tradizioni del gruppo, che affida di volta in volta la parte di vocalist e le luci del palco ad una lunga e nutrita schiera di muse dalla voce stupenda, dapprima brave e sconosciute ma presto sostituite dalle più importanti voci femminili  del rock del momento.

Prestare la voce alle idee nuove e geniali dei Massive Attack diviene infatti presto un vero e proprio must e i brani del gruppo saranno interpretati tra le altre da Tracey Thorn, metà femminile del duo Everything but the Girl e vera e propria icona del decennio appena trascorso, alla cantante dei Cocteau Twins fino ad arrivare a vere e proprie rockstar come Bjork e Madonna. Quest’ultima al culmine del suo successo planetario subirà lo smacco di essere scartata per il brano più celebre della storia dei Massive Attack, dopo avere ricevuto un demo e inviato un provino come una debuttante qualsiasi (frenate la curiosità, ne parliamo tra pochissimo).

E’ solo dopo il prorompente successo mondiale, con il secondo disco, Protection del 1994, che il gruppo trova la sua strada definitiva, accentuando la componente cupa e notturna e abbandonando del tutto o quasi i ritmi dance, sostituiti da dub lenti che agiscono spesso su basi reggae.

Dopo il brano iniziale, Protection, affidato alla voce inconfondibile e vellutata di Tracey Thorn (guardate il video, che inizia con i suoni elettronici presi dai primi videogames della storia, oggi irresistibilmente vintage) Tricky si prende la scena e irrompe con le sue storie sghembe di miseria ed incomunicabilità urbana con il brano più innovativo, Karmacoma.

Il ritmo ha l’andatura saltellante tipica del reggae, musica gioiosa e solare per antonomasia, qui piegato ad una danza macabra puntellata da suoni cadenzati rubati a chissà quale macchinario industriale ed echi notturni da brivido che rimandano alle atmosfere post world war della fantascienza: su questo scenario arrivano i versi beffardi di Tricky su un riff indianeggiante insieme ad elettronica  e gli immancabili scratch. Esiste anche un video, in cui la componente musicale viene messa inspiegabilmente in ombra, ma che si fa apprezzare perché vede i nostri Tricky, Robert 3D Del Naja e Mushroom alternarsi nelle parti vocali e, per una volta, offrire il loro volto ai fan).

Tra i brani, quasi tutti di notevole impatto, del disco si segnala anche la fascinosissima Better Things, dalla ritmica tagliente ed ossessiva, ancora accarezzata dai versi cantati da Tracey Thorn, questa volta sulla base tradizionale di chitarra basso e batteria, ovviamente rivisitati.

Il successo esplode, quasi inaspettato, tanto da imporre delle scelte: assecondare le pulsioni distruttive ed anarchiche da cui il collettivo è nato o integrarsi nell’odiato star system? I Massive Attack oscillano tra i due estremi, tenendosi in miracoloso equilibrio per un po’ e riuscendo a trasformarsi in un gruppo “quasi” tradizionale: l’uso di strumenti classici consente loro di suonare dal vivo (anche se i guru continuano a stagliarsi sullo sfondo del palco con i loro amati vinili da graffiare).

La qualità dei brani ne risente in positivo in modo spettacolare e i Massive Attack (divenuti per un breve periodo solo “Massive” per un’assurda censura imposta al loro nome ai tempi della guerra del Golfo, che impediva la circolazione di nomi evocativi di sentimenti bellici) escono nel 1998 con il loro disco più bello, Mezzanine, un tripudio di idee e dinamite ove è contenuto il brano che costituisce il loro acme musicale, il capolavoro che vi avevamo promesso.

Il titolo del brano-simbolo dei Massive Attack e del trip hop è Teardrop: è un brano basato su un’unica linea melodica, senza distinzione di parti, che si ripete pressoché identica dall’inizio alla fine, perché il tempo non conta più quando si è in “viaggio”.

Anche in questo caso vale la pena alzare il volume e concentrarsi sui primi secondi del brano: vi accorgerete che i ritmi sono due, uno in evidenza, costituito da un potente battito modellato sul ritmo del cuore umano, suonato da una batteria “sporcata” dai graffi della polvere sul vinile e uno in sottofondo che batte il tempo a velocità doppia riempiendo con discrezione il silenzio tra i battiti principali. Entrano in scena prima un oscillante suono di organo campionato (ancora un ritmo), poi la mano sinistra di un pianista “classico” ad aggiungere un ulteriore ricamo ritmico (il quarto) ed infine la voce eterea e meravigliosa di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, che i componenti del gruppo scelsero come voce dopo aver contattato e mandato il demo nientemeno che, come appunto si diceva, a Madonna (la quale, innamoratasi del pezzo, non prese affatto sportivamente la notizia di essere stata scartata).

E’ un pezzo che non smette mai di stupire e che non passa mai di moda, tanto che  ha totalizzato ad oggi su Spotify 100 milioni di ascolti, numero in crescita continua nonostante sia in rotazione esattamente da vent’anni.

Il brano gode peraltro di un video di grande bellezza, secondo me uno dei dieci più belli della storia della musica, che utilizza avveniristiche (per l’epoca) immagini “girate” all’interno di  un ventre materno.

I primi secondi, con il ritmo del battito cardiaco miscelato ad echi che rimandano alle atmosfere delle moderne metropoli, si sposano meravigliosamente con le immagini dell’ambiente fatto di carne, placenta e corpuscoli fluttuanti che ospita il protagonista del video: un feto che nel corso del brano vediamo muoversi con sempre maggiore consapevolezza, guardarci (ed è impossibile trattenere un brivido sulla schiena quando il piccolo umano-alieno apre gli occhi e guarda in camera) e cantare il brano con l’inarrivabile malinconia di chi è confinato in un mondo solitario ed avverte una premonizione dei pericoli dell’esterno.

Con Mezzanine il genere musicale nato dai raduni dance nei capannoni della cupa cittadina inglese entra di prepotenza nel segmento alto del rock, quello che confina con il jazz e la musica colta, gettando semi musicali che continueranno a germogliare per lungo tempo, e preparando la scena all’ingresso di un duo che diverrà il più popolare ed amato del trip hop e, per una gloriosa stagione, prenderà il rock per mano portandolo a vette altissime. Il fondatore e leader del duo proviene da una cittadina poco lontano da Bristol che si chiama Portishead, ma si è fatto le ossa proprio a Bristol alla corte dei Massive Attack, con cui ha collaborato.

Il ragazzo si chiama Geoff Barrow ed è in cerca anche lui di una musa cui affidare le parti vocali del materiale sonoro che comincia a scrivere proprio in quel periodo, quando incontra una vocalist sconosciuta che passa le serate nei locali jazz di Bristol e ne rimane folgorato. La giovane è magra come un chiodo e così timida da cantare aggrappata all’asta del microfono come per cercare un appiglio per non scappare via, ma è dotata di una delle voci più belle della storia della musica, che le guadagnerà a breve il soprannome di “Billie Holiday venuta dallo spazio“: il suo nome è Beth Gibbons.

I due si intendono a meraviglia e sembrano avere lo stesso immaginario, fatto di atmosfere cupe e malinconiche e amore per il cinema vintage e le storie di spionaggio, di suggestioni musicali elettroniche e  una solida cultura jazz. Una miscela che si sposa magicamente con il credo dei guru del trip hop e porta Bristol a divenire la capitale mondiale del rock “alto”.

Il disco di esordio dei Portishead, Dummy, uscito nel 1994, è uno di quegli scrigni da cui escono solo tesori, un evento unico che contiene un linguaggio nuovo pur pagando debito alla storia della musica, dall’iniziale Mysterons

al capolavoro che chiude il disco, Glory Box, pezzo senza tempo in cui la Gibbon riesce a trasmettere una sensualità dolente e carnale in un lamento universale contro il maschio  crudele, alternando timbri vocali metallici e suoni dolcissimi e quasi sussurrati, portando la temperatura del brano da gelido a rovente in un attimo e giù al contrario, mentre in sottofondo Barrow alterna  riverberi di chitarra elettrica e suoni al computer. Eccola dal vivo, sciorinare le sue pose tipiche con sigaretta e faccia sofferta mentre si appende al microfono e ci delizia con i cambi di registro della sua voce, dai toni caricaturali agli acuti disperati, sullo sfondo di piatti dell’immancabile scratch e la chitarra elettrica.

Wandering Star (eccola in una spettacolare esibizione dal vivo: se avete ancora dubbi sulle potenzialità espressive della puntina del giradischi basta ascoltare l’intro dal vivo di questo pezzo, in cui il dj duetta con una funerea linea di basso prima del clamoroso ingresso in scena di una Beth Gibbon più fragile, disperata e bella che mai.

Se preferite sprofondare in un abisso di disperazione insieme al duo guardate questa esibizione spoglia e meravigliosa (QUI il video), Sour Times (con la Gibbons perfettamente a suo agio circondata da una vera orchestra di 50 elementi che ne esalta il piglio da jazz woman: QUI il video ): è difficile scegliere i gioielli più brillanti in un album che mantiene una qualità altissima anche laddove varia ritmo e genere, come nelle solari e jazzate It Could be Sweet e It’s a Fire.



Dopo un esordio del genere passeranno altri tre anni per il nuovo, omonimo disco, Portishead, una versione più cupa e introversa dei medesimi suoni del primo, ed ancora altri undici per vedere il loro terzo, chiamato Third (dal quale segnalo come imperdibili almeno The Rip, omaggiata da una bellissima cover improvvisata su un divano da Thom Yorke e Johnny Greenwood, testa e anima dei Radiohead, e Nylon Smile.

In mezzo, Beth Gibbons ha piazzato un ottimo disco con Rustin Man, ex componente dei Talk Talk (Out of season, uscito nel 2002), una sorta di Portishead “senza il trip hop” (QUI un esempio in Tom The Model), comunque meno affascinante dell’originale.

E gli altri? I Massive Attack si sono divisi, poi sono tornati insieme nel 2010 con un bel disco, Heligoland (contenente alcuni ottimi pezzi come Paradise Circus e Psyche), ma è soprattutto attraverso i suoi componenti che il gruppo ha continuato a far parlare di sé.

In primo luogo, quel Tricky che era arrivato per ultimo nel gruppo e ha rischiato di fagocitarlo con la sua prorompente personalità. Una personalità folle, sopra le righe, alternativa eppure capace di suoni e parole così dirette e penetranti da divenire, per paradosso, “commerciali”, Tricky è il personaggio più controverso e amato del trip hop.

Più legato degli altri componenti ai racconti verbosi e immaginifici dell’hip hop, il giovane della periferia di Bristol si imbarca in storie assurde di droga, rischia il suicidio e poi riemerge, per pubblicare nel 1995 – all’apice della fama del gruppo – il suo primo disco solista, Maxinquaye che già dal titolo promette scintille: è il nome, leggermente contratto ma riconoscibilissimo, della madre Maxine Quaye che lo ha abbandonato per suicidarsi lasciandolo completamente solo quando aveva quattro anni. Nelle foto di accompagnamento al vinile Tricky veste da donna, accanto alla sua ragazza terribile, Martina Topley Bird, che presta la sua voce a molti brani del disco.

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Disco  che contiene diversi brani di notevolissimo impatto, a cominciare da Hell is round the corner che si avvale della stessa base musicale utilizzata dai Portishead per Glory Box, con risultati diversi ma ugualmente affascinanti.

L’impasto vocale e sonoro della nuova coppia cool di Bristol è irresistibile: sensualità e lato oscuro vanno a braccetto con linee melodiche sbilenche e fumate (come in Aftermath o Ponderosa, che ricorda le atmosfere di Tom Waits: ecco il video, davvero “stupefacente”).

Per il figlio del ghetto di Bristol arrivano il successo e compagne bellissime e geniali: dopo Martina Topley Bird (che per altro inizierà una non disprezzabile carriera solista: tra le tante segnalo Orchids), poi Goldfrapp (chi non conosce l’intro di Lovely Head?) e infine nientemeno che Bjork.

Col tempo Tricky sfornerà album più solari ma non privi di sostanza, pur rimanendo ancorato al medesimo cliché che gli aveva regalato l’iniziale esplosivo successo (ne cito qualcuno a memoria, tra i tantissimi For Real; Wait for Signal o The Only Way, una delle mie preferite).

Ma Tricky non sarà l’unico a far parlare di sé dopo l’esperienza dei Massive Attack. C’è ancora una storia da raccontare, la più incredibile, che comincia nei giorni in cui il Wild Bunch muove i primi passi e il trio di giovani Dj è ancora sconosciuto al di fuori di Bristol. Nella stessa città e nello stesso periodo, nel mondo degli artisti da strada, si affermano i graffiti geniali di un “pittore” il cui vero nome rimarrà ignoto per decenni ma che sarà presto noto in tutto il mondo con il nickname di Banksy.

Presto le sue composizioni invece diventano note ovunque  e negli anni Banksy diverrà uno egli autori più affermati del mondo, tanto che le sue opere sono oggi battute a suon di milioni di dollari nelle case d’asta più prestigiose del mondo. L’ultima notizia, che risale a due mesi fa, è lo sberleffo dell’artista che al termine dell’asta per una sua opera ha azionato un dispositivo che ha distrutto la stessa davanti agli occhi attoniti del pubblico e la disperazione del compratore che ha visto andare in mille pezzettini il suo esoso investimento.

La leggenda della vera identità di quello che è di fatto uno dei pittori più importanti degli ultimi decenni è cresciuta enormemente, finché un attento giornalista non ha pubblicato un articolo in cui ha messo in relazione le apparizioni dei graffiti sui muri delle città di tutto il mondo con le date delle tournee dei Massive Attack! Poco dopo un dj in una trasmissione radio si è fatto sfuggire che il nome di battesimo del misterioso Banksy è Robert. Sicché adesso nessuno dubita più che il geniale autore delle opere milionarie di Sotheby’s e Christies’s sia lo stesso che ha inventato di fatto il trip  hop: il nostro Robert “3D” Del Naja.

Un “mucchio selvaggio” ma pieno di fosforo, inventiva e genio, insomma che ancora spande i suoi neuroni in tutto il mondo e ha trasformato il trip hop in una forma d’arte globale.