LO SAPEVI? #43 IL LAVORO RENDE L’UOMO ROCK

© "Elf" - film 2003 by Jon Favreau

Dopo una lunga pausa, cominciata un po’ prima delle vacanze estive, ritorna la vostra rubrica preferita e non potevamo che cominciare dal pensiero che avvelena i vostri ritorni, la causa dei vostri mal di pancia post vacanzieri, il centro di tutte le vostre angosce: il lavoro!

Eccovi dunque una carrellata di brani rock e non che riguardano la parte della nostra giornata che meno amiamo: quella dedicata al dovere (in attesa del piacere che dovrebbe seguire. O no?).

Il primo brano che mi viene in mente (ma chi segue questa rubrica sa che più o meno per me tutto da lì parte) è ancora una volta del quartetto di Liverpool chiamato Beatles: uno dei loro capolavori assoluti è Norwegian Wood, il cui testo – per inciso – è stato il primo ad essere adottato nei libri inglesi di letteratura (nientemeno!). Chi conosce la storia, alquanto surreale, narrata da Lennon nel brano ricorderà che il maschiotto di turno, dopo aver rimorchiato una ragazza ed essere stato da lei invitato a casa, proprio quando credeva di essere vicino alla meta viene spedito a dormire nel gabinetto! E qual è la scusa che la ragazza adduce per uno dei più clamorosi “pali in faccia” della storia del rock? Ma naturalmente il lavoro, ostacolo alla nostra felicità fin dagli anni sessanta. Dopo questo lungo ed ozioso pippone, godetevi il brano in questa versione con testo inglese e spagnolo e meravigliose immagini del soggiorno indiano dei Beatles (LINK QUI).

Proprio John Lennon, a proposito, sarà tra i traghettatori del mondo del rock nelle tematiche sociali e nel decennio in cui il lavoro divenne lotta di classe e rivoluzione contro la tirannia del datore di lavoro. Un esempio fulgido della sua visione politica dell’epoca è appunto “Working Class Hero“, tra le più coverizzate della storia del rock
(QUI un protovideo).

Con qualche anno di anticipo sul celeberrimo “The Wall” dei Pink Floyd, Lennon disegna la società inglese come un luogo violento, claustrofobico e mirato a distruggere la personalità del singolo abbrutendolo da quando nasce e per tutti gli anni della scuola fino all’ingresso nel mondo del lavoro, quando sarà così pieno di paure ed insicurezza da essere incapace di reclamare la sua dignità.

E’ un decennio pieno di ideali alti e un po’ fanciulleschi, che oggi sembrano lontanissimi (e chi lo sa se è un bene), dove la teoria marxiana del lavoro come mezzo di alienazione dell’uomo la fa da padrone e che accende la mente degli artisti nostrani con brani meravigliosi come questo “Andare, camminare, lavorare” del geniale livornese Piero Ciampi.
Il pezzo, con amara ironia, descrive gli italiani del post boom come un gregge ridotto in fila tra fabbriche e autostrade e dove l’unica speranza rimasta è la schedina del Totocalcio in cui investire gli inutili contanti con cui si è barattata la libertà. Ecco un video con le immagini dell’operaio Gian Maria Volontè nell’indimenticabile “La classe operaia va in Paradiso”.

Un approccio più scanzonato al mondo del lavoro lo fornisce, negli stessi anni, Adriano Celentano, che aggiunge al ricatto capitalista sull’obbligo di lavorare quello domestico, ricordandoci che “Chi non lavora non fa l’amore”. L’italiano mediocre e senza slanci ideali portato in scena da Celentano non sembra avere scampo, stretto tra l’esigenza di scioperare per non essere picchiato dai compagni di lavoro e quella di portare a casa i soldi senza i quali la moglie non si concede.

Brutti tempi, insomma, per chi di lavorare non aveva voglia, a meno di non inventarsi lavori alternativi come Fabrizio De Andrè, che a chi gli rimproverava di non amare il lavoro rispondeva di dedicare la sua passione alla preparazione del tritolo per l’imminente rivoluzione ne “Il bombarolo”, primo brano del concept album dedicato appunto a terrorismo e mondo del lavoro “Storia di un impiegato”.

Passano gli anni, le generazioni, sembra di vivere oggi in un mondo completamente diverso, oppure no, almeno a sentire questa “Lavorare stanca” de Il Teatro degli Orrori, che descrive ancora oggi il mondo opprimente delle fabbriche di Varese e di Caserta e sembra chiamare ad una nuova (e forse tardiva) ripresa della lotta di classe.

Ma sembra una lotta persa in partenza, in un’epoca in cui il lavoro come condanna eterna non esiste più anzi sembra quasi un miraggio perduto: oggi quello che conta è essere pagati a fine mese, come cantano i Ministri nella loro “Ballata del lavoro interinale”, ove si ricorda che

non ha senso più chiamarti padrone: se son qui è soltanto perché non ho forze per andare altrove.

Eccoli in una bella esecuzione unplugged.

Già, perché lavorare vuol dire da sempre, per gli artisti, avere un “padrone” come gli animali… e non è mai un padrone benevolo, come cantava il grande Pino Daniele in “O padrone”:

O padrone nun dà duje sordi, dice sempre e faticà, e nuie ce magnamm o limone (ci facciamo il sangue amaro) ncopp e sorde che ce rà

Storia ispirata ad un gravissimo infortunio sul lavoro avvenuto in una fabbrica di fuochi di artificio nel napoletano. Nel pezzo, una tra le tante perle del disco di esordio del diciottenne Pino Daniele “Terra mia”, i malcapitati operai morti nell’esplosione vanno in Paradiso ma non trovano la pace sperata bensì un Dio che, proprio come l’altro “padrone”, li costringe ad un nuovo lavoro

“Ma che ve site miss in capa, ‘n Paravis sadda faticà“, cioè pregare senza sosta ‘a Maronn perché interceda per i poveri umani rimasti a soffrire sulla Terra, per giunta senza nemmeno i due soldi di paga del padrone terreno “Manco n’ Paradis stamm buon, manc o limone ce putimm magnà“.

C’è dunque una triste linea di continuità tra la percezione del lavoro nel rock e ci sembra giusto affidare la riflessione conclusiva all’ultimo grande cantautore rimasto in scena, Cesare Basile, che canta con parole amare “Lo chiamanu travagghiu”. Il testo è bellissimo ma in dialetto siciliano livello super advanced e praticamente incomprensibile al di fuori dell’isola, ma siccome sono buono vi trascrivo la traduzione in italiano:

Uomini per supplicare/ vestiti bene/ percossi e resi sottili/ come il lino/ ridotti a mussolina/ fiori di pelle/ uomini per supplicare/ davanti ai cancelli/ lo chiamano lavoro/ cercarsi un padrone/ il senno che fa male/ la carità/ lo chiamano lavoro/ intrecciare la frusta/ che cuce la tua camicia/ e aizza la paura/ lo chiamano lavoro/ dono e dovere/ dono che succhia l’anima/ dovere vile/ lo chiamano lavoro e tutto ciò che distribuisce/ se lo riprende con insistenza/ da una notte all’altra. 


Insomma, dopo questa allegra carrellata credo che la storia che le vacanze sono finite e tocca ricominciare a lavorare mi sa che non la prenderete bene, ma speriamo di avere suggerito l’antidoto giusto: musica e ancora musica!