Lo Sapevi?

LO SAPEVI? #40 CANZONI PARLATE: QUANDO IL ROCK DIVIENE PROSA

by Costia

Fitter Happier

Qual è l’ingrediente imprescindibile di ogni brano musicale, si tratti di musica rock, pop, folk, indie o quello che volete? La musica, dite voi? Non sempre!

Esistono brani musicali in cui il “cantante” (o si dice “parlante”? boh) non declama i suoi versi usando le note musicali, ma parla, o racconta, o inveisce, o…

Tra prosa e cantato l’incompatibilità è solo apparente: tantissimi sono gli artisti che hanno sperimentato il brivido di usare la voce senza modularla in note, “musicando” o semplicemente accompagnando discorsi, poesie, racconti, in un ibrido che è al limite del concetto stesso di “canzone” e ne è al contempo una delle declinazioni più affascinanti.
Insomma, ecco a voi i più bei brani “parlati” della musica rock.

1.“The Gift” - Velvet Underground. Il primo brano “parlato” della storia della musica, se non dimentico nulla (in caso contrario, chiedo venia in anticipo) è del 1968, e nasce dalla bizzarra idea di John Cale e Lou Reed di incidere su disco un lungo racconto scritto da Lou addirittura ai tempi della scuola. E’ la storia di un ragazzo che decide di fare una sorpresa alla fidanzata e si fa rinchiudere in uno scatolone da un amico e spedire a casa della sua bella. Questa riceve il “regalo” nel corso di una furiosa litigata con la sua migliore amica; le due, visibilmente alterate, continuano a discutere mentre cercano di aprire il pacco finché una delle due, non riuscendo a rimuovere lo scotch, dà un colpo di forbici direttamente sul cartone incidendolo e colpisce alla testa il povero “fidanzato-regalo”. Che ci rimane secco.
Una storia folle e ampiamente condizionata dal consumo di stupefacenti, all’epoca ingrediente fondamentale della vita dei rockers.
Il recitato di John Cale è rigorosamente “mono”, cioè è udibile esclusivamente dal vostro orecchio sinistro se siete con le cuffie, mentre a destra scorre per otto lunghi minuti un riff di chitarra, basso e batteria:  parole e musica viaggiano su due linee parallele, e si gestiscono ognuna uno dei vostri emisferi cerebrali.
Buon ascolto (qui il brano).
Se invece volete vedere i Velvet eseguire dal vivo questo brano eccovi serviti (link qui).
2.”Fittier happier” - Radiohead. Appartengo alla generazione che ha vissuto la riscoperta del romanzo 1984 di George Orwell (ripubblicato appunto nel 1984 dopo un trentennio di oblio) forse la più riuscita ed agghiacciante rappresentazione della dittatura mai scritta. Le descrizioni della società del futuro immaginata dallo scrittore inglese, con gli occhi ed il cuore ancora pieni delle terribili scene della guerra mondiale appena conclusa sono così verosimili da lasciare senza fiato, e come tutti mi sono immedesimato, ancora ragazzino, nell’incubo offertomi da Orwell: vivere in un mondo in cui il potere politico ha assunto il controllo totale delle emozioni e dei sentimenti ed amore, odio, piacere e tutto ciò che ci rende umani è rigidamente strutturato in tempi e modi decisi dall’alto. Ai Radiohead si deve la trasposizione, altrettanto potente ed indimenticabile, dello stesso incubo nel mondo del rock. “Fittier Happier”, inserito nell’album OK Computer come una traccia fantasma, è un lungo, desolato elenco di prescrizioni e consigli rivolti all’uomo del futuro orwelliano (o forse no, è a noi che si rivolge: ecco il link al video con il testo).
La musica c’è, ma è ridotta ad un contrappunto triste ed asimmetrico, dissonante e malinconico, che aumenta il senso di angoscia e solitudine che deriva dall’ascolto del testo declamato e ci proietta in un mondo dove di bello non c’è più nulla. L’accompagnamento è, neanche a dirlo, assolutamente geniale dalla prima all’ultima nota.
Eccovi  il testo, tradotto in italiano, così potete esercitarvi anche voi ad essere perfetti, più giusti, più felici:
Resta in forma e sii più produttivo
stai comodo
non bere troppo
Vai regolarmente in palestra (3 volte alla settimana)
vai più d’accordo con i tuoi
con colleghi e i coetanei
rilassati
mangia bene
(basta con il microonde e i grassi saturi)
sii un guidatore migliore e paziente
con un’auto più sicura
(il piccolo sorride sul sedile posteriore)
dormi bene (senza incubi)
non farti paranoie
stai attento agli animali
(non mandare mai i ragni giù dal lavandino)
rimani in contatto coi vecchi amici
(ogni tanto bevici una birra assieme)
controlla spesso il tuo conto
in banca (morale) (un buco in una parete)
ricambia i favori con i favori
sii interessato ma non innamorato
fai carità
fai ordini da evadere
di domenica al supermercato di periferia
(non uccidere mai le falene
o non versare acqua bollente sulle formiche)
lava la macchina (anche questo di domenica)
non avere più paura del buio
e della barba lunga
non fare niente di ridicolo e adolescenziale
e niente di disperato
e niente così infantile
cerca di avere un ritmo migliore
più lento e più calcolato
è impossibile fuggire
libero professionista
preoccupato ( ma impossibilitato ad agire)
un membro della società
capace di agire e ben informato
(sii pragmatico non idealista)
non piangere in pubblico
meno possibilità di star male
pneumatici che tengono sul bagnato
(istantanea del piccolo sul sedile posteriore)
buona memoria
cerca di essere ancora capace di commuoverti per un bel film
bacia ancora con la lingua in bocca
non più vuoto e frenetico
come un gatto
legato a un bastone
infilato nella
merda invernale ghiacciata
(la tua capacità di ridere delle debolezze)
calmo
più in forma più soddisfatto e più produttivo
un maiale ingabbiato
pieno di antibiotici.

3. “Brian Lotti” - Black Walls. Se cercate su Spotify “Black Walls”, il bizzarro moniker dietro cui si nasconde l’ombroso folksinger canadese Kenneth Reaume troverete un album malinconico, del tutto sconosciuto e bellissimo dal nome che è tutto un programma: “Acedia” (l’accidia, uno dei vizi capitali danteschi, è una sorta di mal di vivere, uno spleen ante litteram che impedisce di agire e condanna all’apatia: non è il tipo di musica da mettere come sottofondo per il vostro pranzo di Natale insomma, o in una festa a bordo piscina).
Tra i brani di questo disco, tutti suonati da Reaume con un fingerpicking malinconicamente ossessivo, ve n’è uno che ha da sempre colpito la mia immaginazione proprio perché non è cantato ma “parlato”. “Brian Lotti” non è in realtà un brano con dei versi, ma un’intervista ad uno dei padri fondatori dello skateboard, lo statunitense Brian Lotti. Se andate su Youtube ci sono dei video dove Lotti fa con lo skate cose inumane con classe ed eleganza. Eccone un esempio.


In questa intervista Lotti parla di come è nato lo skate, attribuendosene in un certo senso la paternità: la storia che racconta è molto suggestiva e dopo averla ascoltata correrete anche voi a comprare una tavola di legno con le rotelle (dice Lotti che, trasferitosi nello Utah per studiare, aveva così tanta nostalgia del surf, fino a quel momento la sua vita, da cominciare a … “surfare” nelle strade di Salt Lake City a bordo della sua tavoletta a ruote, e di aver passato in questo modo intere giornate, dimentico di tutto, sognando il mare e la California, finché suo padre non veniva a riportarlo a casa per cena).

L’artista che si fa chiamare Black Walls ha preso la storia così com’era, lasciando parlare Lotti ed ha  aggiunto solo un tocco leggero della sua chitarra, che esalta la naturale poesia del racconto rendendolo ancora più struggente.
Ascoltate il brano, e il mondo dello skate vi sembrerà improvvisamente romantico ed intriso di nostalgia per le onde del mare: un connubio  - quello tra asfalto e acqua salata –  assolutamente imprevedibile (Brian Lotti).
Black Walls dimostra dunque in poco più di un minuto in modo incomparabile come si possa  creare suggestione con tante parole e… poche note.

4. “Two Lines” - Chassol. Questo artista francese, originario delle Antille, gira da anni il mondo raccogliendo impressioni e suoni come appunti di viaggio e trasformandoli in improvvisazioni jazz e brani musicali di ottima fattura, in cui suoni di clacson, voci di strada e discorsi si armonizzano con il sassofono o il piano restituendo le atmosfere del luogo visitato, come una sorta di Lonely Planet sonora.

Il suo disco più bello è “Indiamore”, dedicato all’India. Nel brano di apertura, “Two lines”, una sorta di manifesto di ciò che sta per accadere nel disco, Chassol spiega l’essenza della musica indiana con poche frasi, che si ripetono arricchite ogni volta da qualche effetto musicale fino a diventare pian piano da parole… musica. E’ la fusione perfetta tra parlato e cantato (qui potete ascoltare il brano . Se volete deliziarvi con un’ora di immagini e suoni tra India e jazz esiste anche in rete il documentario di questo incredibile viaggio sonoro, girato e missato dallo stesso Chassol, uno dei “film” più belli che ho visto negli ultimi anni, ma se dopo averlo visto mollerete tutto e andrete a vivere in India non è colpa mia però -  Qui il link al film completo).
5. Mark Kozelek. qui più che una canzone dobbiamo parlare di un vero e proprio stile. C’era una volta un giovane con la passione della musica raffinata e del rock di qualità. Questo ragazzo fonda un gruppo chiamato “Red House Painters”, piuttosto popolare nella scena indie anni zero. Poi il gruppo si scioglie, il suo leader Kozelek inizia una carriera da solista, alternando curiosamente album con il suo nome ed altri con il nome di “Sun Kil Moon”, e  si conquista altre schiere di appassionati, perché il sound dei suoi brani è bello, caldo e avvolgente. Finché piano piano egli abbandona il cantato, e comincia a scrivere brani composti da suoni di sottofondo alle sue elucubrazioni parlate. Avete presente le persone che parlano da sole? Ecco, Kozelek sembra uno di quei saggi che dal tavolo  di una bettola ti rovesciano addosso con fare monocorde e quasi senza interruzione storie, pensieri, aforismi, come un fiume. Da allora la sua produzione è divenuta torrenziale (a proposito di fiumi), come se Kozelek tenesse un suo personale diario pubblico. Alcuni brani, nonostante il pressocché totale abbandono dello stile cantato, riescono ad essere piacevoli e molto musicali: oltre a “Richard Ramirez Died Today For Natural Causes”, storia di un noto serial killer per cui ho un vero e proprio debole (per la canzone, non per il serial killer) e che vi ho già proposto nel  LOSAPEVI? #28 IL ROCK E LA MORTE (Qui invece potete ascoltare il brano), segnalo, tanto per farvi un’idea, la recentissima Chili Lemon Peanuts.
6. Massimo Volume: discorso analogo deve essere fatto per i Massimo Volume, uno dei gruppi più scintillanti della storia della musica italiana: qui siamo nel campo della vera e propria poesia musicata… a loro abbiamo dedicato un approfondimento come “artista del mese”, per cui non ci resta che rinviare a quanto già scritto (ARTISTA DEL MESE: EMIDIO CLEMENTI. I MASSIMO VOLUME)

7 . Public Service Broadcasting. L’ultimo, originale approccio al “parlato” nel rock in ordine di tempo è quello proposto da un gruppo affacciatosi di recente alla ribalta ma che ha già esaltato i palati più raffinati.
Anche loro hanno scelto di non cantare, e declamano i loro brani con voce stentorea ed alterata da megafoni o filtri: i loro brani somigliano così, curiosamente, a delle immaginarie pubblicità progresso un po’ vintage o a dei bollettini governativi di un tempo che fu: si tratta in sostanza di una versione del “Grande Fratello” più scanzonata e meno tetra di quella dei Radiohead.
Paralleli a dei brani strumentali dalle forti venature elettroniche scorrono nei brani voci fuori campo che raccontano mondi in bianco e nero, con la voce rassicurante ed iper-ottimistica di chi crede nel futuro, in un intrigante gioco dal sapore cinematografico, come se i PSB avessero ritrovato in una vecchia soffitta i bollettini di qualche dittatura ormai sfiorita o decaduta, che un tempo metteva paura ma ora fa solo sorridere.
Abbiamo scelto per voi come introduzione a questa proposta estrema di “parlato” “Progress”, in cui il gruppo alterna i suoi tipici proclami ad una voce femminile che scandisce a mo’ di ritornello una frase scandita ossessivamente sulla “fiducia nel progresso”. Ecco il video, intelligente e ironico come tutti quelli prodotti da questa eccentrica band:

e poi “Go”, che pare ispirata agli annunci delle cabine di pilotaggio degli aerei di linea o alle comunicazioni tra gli astronauti delle navicelle spaziali e le torri di controllo. E se il padre ispiratore dei Public Service Boradcasting fosse il “Major Tom” di David Bowie?

 

Tanti modi, divertenti, spiritati, folli, alienati, di cantare “non cantando”. Anche questa è musica!

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