LO SAPEVI? #39 LA FINE DELL’ISPIRAZIONE (O DEL DECESSO ARTISTICO DI ALCUNI GRANDI DELLA MUSICA)

fonte: Flickr

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Li abbiamo conosciuti, spesso per caso, e li abbiamo amati: alcuni a prima vista, altri dopo un periodo di avvicinamento più o meno ragionato. Sono entrati nei nostri cuori, facevamo affidamento su di loro. Ci hanno traditi! Quello che pensavamo non potesse mai accadere è accaduto: ci hanno voltato le spalle. Proprio perché gli volevamo così bene ci hanno deluso così tanto. Che succede quando l’ispirazione musicale se ne va? Sette storie di amore musicale e di  inconsolabile delusione.

  1. U2 (nascita artistica 1980 – decesso artistico 1989)

Il caso più clamoroso della storia del rock. Una band nata sulle barricate dell’insensata guerra civile che ha insanguinato l’Irlanda del Nord e scatenato la brutale repressione inglese negli anni ottanta, evento  che ha segnato diverse generazioni di artisti di una delle regioni più feconde di talento dell’intera Europea. Tra i gruppi e i solisti che hanno cantato le gesta di questo conflitto si è  presto distinta questa band di giovani dublinesi capaci di infiammare di sdegno il mondo con slogan urlati e ballate dolcissime: “War”, non a caso, è il titolo dell’album che li lancia, con la celebre copertina del bambino in primo piano, sguardo spaurito ed elmetto in testa, simbolo dell’orrore di tutte le guerre. Eccovi il video della indimenticabile “Sunday bloody Sunday”, con le immagini dei soldati inglesi armati di tutto punto che fanno fuoco sugli irlandesi inermi.

Quanto idealismo e passione civile…  ma ciò che rende unici gli U2 è il loro talento musicale e l’abilità nel costruire canzoni fuori dal comune, orecchiabili e di qualità in un equilibrio perfetto: “October”, “New Year’s day”,  tra le mille altre, fino all’esplosione artistica dei due album centrali della loro storia, “The unforgettable fire” del 1985 (con “Pride”, Bad, “Promenade”) e “The Joshua Tree” del 1987, quest’ultimo il più bell’album in assoluto del rock degli anni ottanta (tra i capolavori “With or Without you”, “Where the Streets Have No Name”, “I Still Haven’t Found What I’m Looking For”, “One Tree Hill”: vi propongo quest’ultima tanto le altre le sapete  – o dovreste farlo! – tutte a memoria).

In pochi anni gli U2 si impadroniscono del rock e lo trasformano a modo loro, rendendolo un posto più caldo, passionale, dolce e bello. Poi però arriva il successo planetario, Bono il rivoluzionario si trasforma in un’icona del pacifismo inoffensivo e commerciale di MTV, un guru pop. La cura del look prende il sopravvento sulle ore passate a studiare canto per migliorare lo stile vocale, e ai concerti empatici con un pubblico di giovani arrabbiati si cominciano a preferire i mega-raduni impersonali e magnificenti. The Edge, il chitarrista serio e impegnato che tagliava le melodie come un rasoio, si dedica alla cura del pizzetto e a cambiare bandana ad ogni brano.

Musicalmente l’involuzione è evidente sin dal disco successivo, il celebrato “Rattle and Hum” del 1989, seguito poi dallo scialbo e vendutissimo “Achtung Baby”: da allora i quattro non-più-eroi irlandesi vengono sterilizzati ed assorbiti dal mainstream e non esce quasi più niente di innovativo o originale da quella parte, a parte qualche bella ballata che mostra un barlume del talento che fu (volete vedere i cloni degli U2 trascinarsi in un brano senza alcun senso? Eccovi accontentati con Lemon dove potete ammirare, si fa per dire, Bono l’ex rivoluzionario vestito di oro zecchino, con cerone e corna finte mentre strazia con un dimenticabile uso del falsetto la sua bella voce ed il pubblico).

Anche loro devono essere ben coscienti della distanza siderale tra il loro apice e la situazione attuale, se nel 2017 hanno girato il mondo proponendo dal vivo non il loro ultimo disco ma… “The Joshua Tree”, con la scusa del trentennale dell’uscita: vedere la migliore band di un tempo lontano  ridotta a fare le “autocover” è una scena che questo vecchio critico si sarebbe risparmiata volentieri. R.I.P., Bono, dovunque si sia rifugiata in questo momento la tua anima immortale.

  1. FRANCESCO DE GREGORI (nascita artistica 1971  – decesso artistico 1983)

De Gregori, per la generazione di chi ha cominciato ad ascoltare musica tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, non era un cantautore ma un’istituzione: i suoi testi sono stati studiati, interpretati e imparati a memoria da tutti, ed era impossibile non averlo come figura di riferimento culturale. De Gregori lo sapeva e  un po’ ne soffriva, e si divertiva a nascondersi dietro versi ermetici ed a tratti incomprensibili, scalate enigmistiche dai tripli sensi e calembour innocenti o terribilmente carichi di significato politico e sociale (tutto il cd “Alice non lo sa”, ivi compresa la famosissima canzone che dà il titolo all’album, è un rompicapo di parole). C’era per questo chi lo detestava e lo trovava troppo snob per essere “desinistra”, chi lo adorava e si beava delle sue metafore ardite e delle sue costruzioni linguistiche perfette. In ogni caso, per un lungo decennio, Francesco De Gregori ha assunto su di sé il ruolo di guru, in un periodo in cui il rigore degli intellettuali dettava legge in musica e nessuna caduta di stile era perdonata. Ricordate i processi pubblici a cui lo stesso De Gregori e Bennato sono stati sottoposti durante i loro concerti? De Gregori ne rimarrà così traumatizzato da smettere di esibirsi in pubblico per anni, ma magari ne parleremo in un altro LOSAPEVI!
Il giochino ha funzionato, ed alla grande, finché il “Principe” è stato sorretto da un’ispirazione senza eguali nel panorama nostrano: una facilità di scrivere musiche semplici ma indelebili, e una poetica originale e all’avanguardia gli hanno consentito di sfornare uno dopo l’altro veri capolavori della musica italiana di tutti i tempi, da “Rimmel” a “Bufalo Bill”, da “De Gregori” al malinconico “Titanic”. Poi, dopo un EP di enorme successo contenente uno dei suoi brani più belli di sempre (“La donna cannone”, del 1982), improvviso il decesso. Ricordo ancora quando ho ascoltato “Scacchi e tarocchi”, LP acquistato “a scatola chiusa”, cioè senza averne ascoltato nemmeno una nota, come si fa con gli amici fidati.  Lo sconcerto di sentire per la prima volta dall’infallibile De Gregori musiche ripetitive e senza estro, l’uso del piano da “pianista di piano bar”, e testi banali, quasi tutti, ed in alcuni casi  – orrore! – delle vere e proprie cosucce senza importanza (“Piccoli dolori” sembra scritta da uno di quei geni feroci della parodia alla Corrado Guzzanti o alla Stefano Bollani… e invece, purtroppo, è un brano del vero De Gregori).
Da allora, il fu guru ha cominciato a parlare per slogan come certa sinistra involutasi quasi contemporaneamente (il celebrato “La storia” con versi che, se  per un attimo immaginiamo che a cantarli non sia il principe ma uno qualsiasi, mostrano tutti i loro limiti, come ad esempio il verso finale, declamato come se fosse una gran verità: “la storia siamo noi, questo piatto di grano”. Ma che vuole dire?). Aleggia il sospetto che gli ultimi cd del nostro amato siano stati prodotti con l’utilizzo di un campionatore di frasi automatiche, e che il vero De Gregori si sia rintanato sdegnato dal mondo in qualche angolo sperduto a scrivere poesie e musiche bellissime come una volta.

  1. EDOARDO BENNATO (nascita artistica 1973 – decesso artistico 1983)

Negli stessi anni in cui dettava legge De Gregori si svolgeva la parabola artistica di un altro grande cantautore italiano, Edoardo Bennato. In un decennio questo napoletano dallo sguardo serio serio e i versi taglienti e ironici ha letteralmente invaso il mercato discografico con una iperproduzione frutto di idee prorompenti che uscivano a getto continuo: un disco dietro l’altro, fino ad arrivare al 1980, anno in cui escono nello stesso giorno due album a sua firma (“Uffa Uffa” e l’ultrafamoso “Sono solo canzonette”). Tanta quantità e nessun cedimento qualitativo: dischi sorretti da idee originali ed innovative, testi profondi e quella capacità di ironizzare su tutto, in primis su se stesso e sulla proprie debolezze di uomo e di cantante… una fantasia sfrenata che lo ha portato ad inventare interi mondi o a rielaborare in chiave metaforica e con penna felice il “Pinocchio” di Collodi (la straordinaria epopea di “Burattino senza fili”, di cui abbiamo già parlato in ne LO SAPEVI? #20: IL CONCEPT ALBUM E LA MUSICA ITALIANA , e  la storia di Peter Pan che ispira il successivo “Sono solo canzonette“, dando vita a personaggi indimenticabili come “La fata”, “Mangiafuoco”, “Il gatto e la volpe”, e poi “Capitan Uncino”, “Spugna” ecc.
E musicalmente, sapienti contaminazioni tra il blues americano e mille influenze diverse, fino ad arrivare ad una partitura orchestrale di ottima ispirazione classica (Dotti, medici e sapienti, un pezzo che ho nel cuore da tutta la vita, ma anche, qualche anno prima, il pamphlet sferzante contro il sistema scolastico di “In fila per tre”). Ma improvvisamente qualcosa si è rotto, e uno dei più straordinari interpreti del rock italico ha perso il passo: era il 1983, quando – dopo un silenzio improvviso di tre anni, usciva un nuovo concept album di Bennato, “E’ arrivato un bastimento”: questa volta l’ispirazione non era data da un romanzo esistente ma creata ad hoc dall’artista, che tracciava le linee di un’immaginaria civiltà di topi ed altre bestie immaginarie, metafora della civiltà moderna. Testi strabordanti, illustrazioni curate, il solito armamentario musicale barocco, manca solo lui, Bennato, sostituito da un clone stanco. Ecco un video dell’epoca.

Ho ascoltato e riascoltato il disco all’epoca, finendo con imparare a memoria brani improvvisamente non fluidi e testi sforzati e cerebrali, immergendomi in quelle atmosfere plumbee dove il tradizionale sorriso intelligente aveva ceduto il passo a recriminazioni sarcastiche ed a tratti incomprensibili. L’album non ebbe il successo sperato…cercando una n uova vita artistica con uno stile pop e melenso che ha lasciato a bocca aperta i suoi vecchi fan “Viva la mamma” e “Notte magica”. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Adieu, vecchio amico.

  1. COLDPLAY (nascita artistica 2000 – decesso artistico 2002)

Un caso da manuale. Il gruppo esordisce con il disco perfetto, “Parachutes”. Correva l’anno 2000, e sulla scena del rock comparve un nuovo bardo in possesso della pietra filosofale, il famoso ingrediente segreto del Medioevo in grado di trasformare in oro i metalli vili. Il bardo in questione si chiamava Chris Martin e si presenta con una manciata di brani “definitivi”. Tutto semplice, tutti i problemi che affliggono i normali compositori risolti, ridicolizzati dalla facilità compositiva di questo ragazzo: il rock è quella roba lì che ti siedi un attimo e butti giù una melodia che sta in piedi da sola, ci metti due note di arrangiamento e oplà. Come la fa facile, Martin, e come sembra riuscirgli tutto al primo colpo. Il primo singolo, “Trouble” esplode in tutto il mondo come una deflagrazione, a partire dal riff iniziale composto da semplici note singole di pianoforte. Ecco il video, bruttino anziché no.

Ah sì, il nostro è anche bello come il Sole, e insieme al successo immediato e planetario riceve in dono l’attrice di Hollywood più fighetta ed esclusiva, l’irraggiungibile Gwyneth Paltrow. Voilà. Il cd è pieno di gioiellini semplici e perfetti, soffusi di malinconia dolce e profondi quanto basta per piacere a tutti, ai cultori della musica facile ed ai palati più raffinati: “Shiver”, “Spies”, la beatlesiana “Everything’s not Lost” ma soprattutto Sparks, con una indimenticabile linea di basso e We Never Change, due tra le melodie più belle degli ultimi trent’anni. Ma la malattia è in agguato, e  in questo caso la cambiale è stata scritta forse proprio con l’uscita del disco di esordio: una volta trovata al primo colpo la formula magica, e impostata la propria carriera artistica su semplicità e brani diretti e senza artifizi, è impossibile andare avanti: non si può che continuare a scrivere melodie semplici e dirette, sperando di trovare ogni volta la quadratura del cerchio. O inevitabilmente, scendere di tono, ripetendo linee melodiche già sperimentate, abborracciandone altre simili alle prime, magari vestite di qualche orpello in più, quasi sempre superfluo.

Già il secondo cd, “A Rush of Blood to the Head” del 2002, mostra la corda, e sembra un disco di inediti scartati dal primo. Ascoltare il singolo, “The Scientist”, per credere: il solito riff di piano, il solito falsetto, la voce solita ma un po’ più scazzata.

L’alternativa è abbandonare la semplicità e mascherare le strutture semplici di prima in arabeschi, tende e tappeti, riempire di rumore gli spazi e fingere un’anima da duri del rock. Martin e i suoi fanno tutto questo, tutto insieme: il risultato è che la malattia si aggrava e porta, dopo un paio di dischi di agonia (dove all’aurea di mediocrità generale si alternano gli ultimi guizzi dell’ispirazione che fu), al decesso artistico.

Sentire i loro brani più recenti, vedere i loro video fa veramente male: per mero gusto di infierire vi propongo tra i tanti questo inquietante “Adventure of a lifetime”, dove quattro scimmie riprodotte al computer con le fattezze dei Coldplay gesticolano e ballano al ritmo del brano che esce dalle casse di una nota marca di stereo il cui logo è ovviamente visibile per tutto il tempo (eh già, caro Chris: i soldi non bastano mai, ed arriva anche la pubblicità occulta), su note stanche e ripetitive che dovrebbero occhieggiare ai “ggiovani” con una ritmica elettronica palesemente scopiazzata. Una cosa da far venire il magone a chiunque li abbia amati, tanto tempo fa (ecco il video, così imparate a pensare che sono esagerato). Oggi i Coldplay sono considerati tra i big della musica, ma quelli che vedete in giro sono pallidi cloni, e nessuno scommetterebbe un euro sulla possibilità che possano, nei prossimi venti o trent’anni di carriera o finché non riterranno di godersi la pensione, donare al mondo un’altra canzone degna di stare alla pari con quel pugno di “scintille” partorite in pochi giorni alla fine del millennio scorso. Amen!

  1. PINO DANIELE (nascita artistica 1977 – decesso artistico 1984)

E’ fastidioso parlare di “decesso artistico” a proposito di un cantante effettivamente deceduto (e da non molto tempo), ma non posso fare  ameno di menzionare, con tutto il rispetto per la sua vicenda umana e per la sua scomparsa, la parabola artistica di questo meraviglioso cantautore napoletano, che ha deliziato il pubblico italiano e di tutto il mondo con una manciata di canzoni immortali per poi subire una delle più clamorose involuzioni della storia della musica. Nessuno avrebbe mai neanche lontanamente immaginare, se avesse potuto vedere il futuro, che il genio che a 18 anni aveva saputo rinverdire la secolare tradizione melodica della canzone partenopea esordendo con una hit eterna come “Napul’è”, che in pochi anni aveva fuso il rock italiano con il blues con esiti così convincenti da avere come batterista al suo servizio un mostro sacro come Steve Gadd. Avrebbe in pochissimo tempo dilapidato completamente l’immenso patrimonio di credibilità acquisito, dando vita ad obbrobri senza senso come “Che Dio ti benedica” e “Io per lei” (quella del “sorriso di plastica, mentre fai la ginnastica”). Il dolore fisico che provo ancora oggi nel ricordare tanto scempio mi impedisce di continuare… avanti con il prossimo.

  1. ELISA (nascita artistica 1997 – decesso artistico 2007)

C’era una volta una ragazza di Monfalcone, così dotata da sembrare un’aliena nel panorama dello stanco pop italico di fine millennio: una voce fantastica, ascendenze che pescavano alla parte migliore del rock europeo: inglese ma anche scandinavo. I suoi brani avevano infatti quella grazia sospesa e quella freddezza cristallina (Come and Sit, un pizzico di sana follia,  tipico della prima Bjork (un’altra cara estinta, ma non ho tempo né spazio per parlare di tutti quelli che ci hanno prematuramente lasciato) o di Emiliana Torrini quando è in stato di grazia. Ecco il video di “Asile’s World“.

Nelle prime esibizioni dal vivo Elisa era deliziosamente impacciata (eccola in una disastrosa intervista di inizio carriera), ma quando iniziava a cantare sembrava di vedere l’anima uscire: raramente ho visto una tale trasfigurazione in un’artista rock (tra le tante, vi proponiamo questa versione in duo voce chitarra di “Rock Your Soul”). Passavano gli anni, ed Elisa cresceva, uscendo rapidamente dal circuito alternativo per diventare una delle cantanti di maggior successo. I suoi dischi erano sempre più belli, maturi e completi, e gli ultimi due prima del decesso (“Pearl Days” e “Lotus”) sono davvero due dischi meravigliosi. Nel 2007 Elisa decide che il suo mercato è l’Italia, e comincia a scrivere canzoni in italiano (lei che aveva sempre e solo scritto in inglese, tranne un unico brano “tradotto” per andare a Sanremo); in più, imprime una svolta decisamente pop e convenzionale alla sua musica, e in breve si trasforma … in una delle tante cantanti ordinarie che affollano salotti Tv e piazze di prestigio .

L’approdo ai talent show è il certificato di un decesso artistico in realtà verificatosi ben prima, e nascosto abilmente (anche perché tanto talento non lo puoi uccidere senza sforzi e tutto all’improvviso)… oggi video patinati, duetti con altri pop singers che non osano nulla, confezioni impeccabili e una padronanza della scena e della Tv che fa sorridere chi la ricorda imbranata e deliziosamente “fuori controllo” come era agli esordi (eccola tutta trucco e pizzi trasparenti fare i suoi vocalizzi a corredo di un testo composto da una compilation di frasi dei Baci Perugina in Ogni istante)… Sic transit gloria mundi.

  1. PEARL JAM (nascita artistica 1991 – decesso artistico 2002)

Confesso che questa diagnosi di decesso artistico mi pesa più delle altre, non per la sproporzione tra talento mostrato e debacle (che anzi quelli di prima sono casi assai più clamorosi) ma perché Eddie Vedder e i suoi compagni hanno affrontato la malattia e la morte artistica con molto più decoro degli altri, e tutto sommato meriterebbero una sepoltura onorevole e senza troppi rimpianti. Nel loro caso non vi è stato tradimento di ideali, pigrizia o artisti che si sono montati la testa voltando le spalle alla loro arte… è l’arte che ha voltato loro le spalle, abbandonandoli piano piano ad un dolce declino. I rockers di Seattle, ultimi superstiti (nella vita reale, non artisticamente, poiché tutti gli altri esponenti del cosiddetto grunge eccetto loro hanno fatto una brutta fine; cfr. LO SAPEVI? #24: GLI ULTIMI EROI DEL ROCK E IL GRUNGE, scritto peraltro prima del suicidio di Chris Cornell) del glorioso movimento musicale detto grunge, hanno continuato e continuano la loro vita fatta di centinaia di concerti l’anno, di amicizie e avventure consumate tra il palco e la strada, di coerenza alla fiaccola del rock puro e senza compromessi, senza mai cedere di un millimetro… E allora? E allora pian piano la loro fiammella si è affevolita, ed hanno inciso cd sempre più spenti e privi di genio, fino a sembrare una pallida imitazione di se stessi.
Il loro decesso è avvenuto per consunzione. Amen!
Ma finché la Musa li ha accompagnati, per circa un decennio, Vedder e soci ne hanno fatte di canzoni splendide, dagli esordi intrisi di ribellione giovanile eppure così stilisticamente pregevoli di “Ten” ( dal quale è tratto questo “Oceans”) e “VS.”, i primi due cd alla maturità di “Vitalogy”, di “No Code” – il loro disco più bello – e “Yield”. Poi, dal successivo “Binaural”, il calo, lento e inesorabile, e i dischi si sono succeduti con brani semrpe meno significativi ed originali. Brani dignitosi, in alcuni casi piacevoli, ma nulla di più: un lento declino delle idee e della voglia di stupire, forse dovuto all’appagamento di una vita vissuta in pieno e senza scossoni, da rockers puri. Finite le sperimentazioni, le lunghe jam strumentali che spesso concludevano i cd, quei pezzi suonati per la pura gioia di suonare e senza calcoli. Solo la voce è rimasta, calda e profonda di Eddie, e bella come nessun’altra voce del rock. Ecco la recente “Just Breathe”.