Lo Sapevi?

LO SAPEVI ? #35 SCAT, BEATBOX E ALTRI STRANI MODI DI USARE LA VOCE IN MUSICA

by Costia

 

heymoonshaker

Nell’ultima recensione, dedicata al gruppo rap-jazz Tank and the Bangas, si è parlato anche di scat, quello strano stile inventato cento anni fa dai primi jazzisti e che consiste nel sostituire, durante l’esecuzione dal vivo dei brani, il cantato ad una sorta di vocalizzo fatto solo di note e suoni. E’ un’idea semplice ma accattivante: la voce diviene uno degli strumenti “a fiato” ed interagisce naturalmente con tromba o sax, le altre ”voci” incaricate di portare la linea melodica e svilupparla con assoli, mediante fraseggi fatti di parole senza senso compiuto, semplici fonemi che assumono valore per la loro metrica e per il suono e non per il significato. Il “padre” riconosciuto di questa tecnica, lo abbiamo già detto, è stato Louis Armstrong, che raccontava di avere iniziato a cantare parole senza senso durante la registrazione di un brano, perché gli era caduto il leggio con il testo… non so se questa storia è vera (il vecchio Louis aveva un vero talento nella promozione di se stesso e non escluso che l’episodio sia inventato di sana pianta), comunque è troppo bella e rende perfettamente il senso di cosa lo scat sia  (ci sono due esempi di scat del grande Armstrong proprio nella recensione di Tank and the Bangas, se volete sentire “Satchmo” all’opera li trovate lì). Chiunque sia stato il suo autore, l’idea divenne in breve tempo una vera e propria moda, tanto che quasi tutti i cantanti jazz del periodo classico amavano alternare strofe cantate ad “assoli” di scat: il culmine artistico in questo senso è rappresentato dalle esibizioni di  Ella Fitzgerald, che qui vi proponiamo in un superhit degli anni quaranta del secolo scorso, “It don’t mean a thing if it ain’t got that swing” ,


dove il fraseggio di fonemi senza senso  è magicamente alternato a parole prese dalla prima strofa, l’unica cantata, come se il tema iniziale fosse stato frullato in un calderone di parole e suoni: la distinzione tra voce e strumenti è già all’epoca del tutto superata. In tempi più recenti, la tecnica jazzistica dello scat si era evoluta sino a risultati di pregevole fattura, soprattutto ad opera di trombettisti, evidentemente i musicisti più abituati a considerare la bocca come un prolungamento vero e proprio del loro strumento: ecco un brano eseguito dal grande Dizzy Gillespie quasi interamente “scattando” (o si dirà “scatteggiando”? chissà), intitolato “OO Pa Pa Da” (ecco il link). Dal jazz, l’uso della voce come strumento o produttrice di suoni si è diffuso un po’ ovunque nel mondo della musica. In Italia l’uso più geniale della voce come strumento si deve al cantautore forse più eccentrico ed innovativo musicalmente che abbiamo mai avuto: il bolognese Lucio Dalla, che amava spesso alternare il cantato allo scat nell’esecuzione dal vivo dei suoi brani. Dalla è tra l’altro autore dell’indimenticabile “Intervista con l’Avvocato”, dove fa una parodia geniale del capitalismo e del suo potere fondato sull’esclusione di chi non è parte della “casta” proprio attraverso un uso “rock” della tecnica scat. Il brano è infatti congegnato come un’intervista di un finto giornalista inglese all’avvocato Gianni Agnelli, ed alterna le domande poste con garbo e competenza dall’intervistatore a risposte date da  Agnelli (alias Lucio Dalla) in uno scat incomprensibile, simbolo della incomunicabilità tra il mondo capitalista e quello di chi ne subisce le imposizioni e le regole (ecco il link alla versione in studio: a “Intervista con l’avvocato) ma è nell’esecuzione dal vivo che si apprezza in pieno l’inventiva del nostro compianto artista bolognese: eccolo in una versione più “sporca” ma molto più jazz dello stesso brano


Ma altri lampi di genio scat sono presenti un po’ ovunque nella lunga discografia di Lucio Dalla: è scat puro il gorgheggio contenuto all’inizio ed alla fine nella celeberrima “Piazza Grande”, soprattutto nelle versioni dal vivo, sempre diverse e una più bella dell’altra (ecco questa, bellissima, insieme a Francesco De Gregori, nel tour del 1979 da cui è scaturito l’album “Banana Republic”). L’avvento dell’elettronica ha segnato una svolta imprevedibile anche per i funamboli della voce: negli anni ottanta si è diffuso (prima tra i musicisti professionisti e poi a livello amatoriale) un congegno elettronico che consentiva di registrare suoni per riprodurli ed utilizzarli in chiave ritmica detto drum machine o familiarmente “beatbox” (scatola delle battute). L’aggeggio ha stregato pian piano i musicisti, alcuni dei quali in grado di eseguire veri e propri concerti da soli, semplicemente mixando una sull’altra  frasi musicali  eseguite davanti al pubblico ed ha dato origine ad uno stile vocale particolarissimo, detto beatboxing o beatbox, una sorta di hip hop in cui alle intemerate rap si univano suoni eseguiti con la bocca dallo stesso rapper, che così “inventava” lì per lì un accompagnamento musicale fatto da “finte” batterie, percussioni e strumenti vari, tutti riprodotti dalla sua bocca mentre cantava o registrati un attimo prima e poi mandati in loop in sottofondo. Era nata una nuova poetica musicale, che ha prodotto presto dei virtuosi dalla perizia incredibile, artisti capaci di riprodurre con la voce qualsiasi suono: il più popolare è senz’altro Bobby Mc Ferrin, autore di un hit che  tutti conoscono, Don’t worry, be happy (avevate mai fatto caso che tutti i suoni di questo brano sono “suonati” da Mc Ferrin con la bocca? Siete anche voi fan inconsapevoli del beatbox!), ma anche di pregevolissime performances vocali tra lo sperimentalismo e i ricbiami africani (ecco “Improvisation: curioso che l’artista mentre canta e “beatboxa”  – o come diavolo si dirà -  muova istintivamente le mani sul microfono come se vi fossero dei tasti invisibili, a riprova del fatto che per questi artisti la voce è davvero uno strumento). Dopo di lui, decine di artisti hanno sviluppato la tecnica del beatboxing, alcuni facendone uno strumento di mero virtuosimo, come il giovane ma già noto (cioè, noto agli appassionati) australiano Tom Thum, che esegue vere e proprie performances fatte solo di rumori


condite da smorfie e giochetti vari, che lo avvicinano più ad un’esibizione di Jim Carrey che ad un vero e proprio concerto. Interessantissimo e recente esperimento di recupero del beatboxing alla sua casa madre (la musica) è costituito dal duo inglese degli Heymoonshaker, autore di un brillante disco d’esordio tra rock e blues uscito pochi mesi fa e intitolato Noir. La peculiarità del gruppo è data dal fatto che uno dei due artisti suona la chitarra e canta, mentre l’altro appunto completa la ritmica con suoni in stile beatbox. Il risultato, secondo me, è davvero brillante e spero che i due “pionieri” continuino (eccoli in studio eseguire uno dei brani più belli del cd, “Take the Reins”. Ma non perdete anche la splendida “MF45”, che ho trovato dal vivo in questa versione esplosiva ma un po’ accorciata rispetto alla versione su disco:


Ecco anche la versione originale.

Una brillantissima via di mezzo tra performance canora e intrattenimento puro è poi costituito da Reggie Watts, vulcanico musicista e performer statunitense che nelle esibizioni dal vivo alterna veri e propri brani improvvisati stile rapper in cui è riconoscibile l’insegnamento di  Bobby Mc Ferrin (ecco ad esempio  “A Song About Apples ), clamorose parodie di artisti rock  basate su semplici suoni della voce (guardate questa dei Radiohead, secondo me irresistibile), discorsi fatti di parole prese a caso in lingue inventate ed esistenti, slogan senza senso, frasi prese da convention o da chissà dove e frullate nella sua testa insieme a frammenti di canzoni surreali fino a fare un groviglio incredibile e a suo modo geniale che fa davvero riflettere sulla bellezza e i limiti della parola e dei suoni (eccolo): insomma, un artista della voce a tutto tondo, assolutamente inclassificabile in uno stile o in una definizione. Chiudo questa carrellata di strumentisti della voce con un vocalist un po’ più “tranquillo” e meno eccentrico (ma è difficile trovare uno meno “tranquillo e più eccentrico” di Reggie Watts!), il portoghese Fredo Viola, autore di gradevoli pezzi in cui la parte vocale (ed anche l’accompagnamento ritmico) è fatto da tante registrazioni della sua voce sovrapposte: l’effetto finale è al contempo molto armonico ma anche stranamente innovativo, una musica che sembra venire da un altro pianeta… insomma un risultato niente male (ecco “The Happening” in un bel video dove emerge chiaramente la tecnica utilizzata).

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