Lo Sapevi?

LO SAPEVI? #34 PESTE E CORNA. UN VIAGGIO PAGANO TRA SUPERSTIZIONE E MUSICA

by Costia

gattonero

La superstizione è quel pensiero irrazionale che spinge a credere che gli eventi della vita possano essere condizionati se si compiono certi riti, se si fa qualcosa in un determinato modo o si evita di farlo (passare il sale, poggiare il cappello sul letto): è qualcosa che sta tra il mondo della religione e quello della magia, ed affonda le radici in quella parte infantile di noi che ci accompagna per tutta la vita, spingendoci a giocare con le cose serie per esorcizzarle. Insomma, siamo nello stesso campo in cui si muove la musica, ed ecco perché da sempre superstizioni, riti, bizzarre tradizioni popolari abbondano tra i solchi dei cd, in mezzo agli assoli di chitarra e persino  - sembra incredibile – tra le piste da ballo. Tutti abbiamo infatti ballato almeno una volta “Superstition”, il brano con cui Stevie Wonder irrideva l’ignoto protagonista di uno dei brani storici degli anni settanta a causa della sua disponibilità a ritenere vere tutte le panzane di cui aveva notizia:  il numero tredici, lo specchio rotto, i sette anni di disgrazia, e così via.

Ecco Stevie, dal vivo, suonare “Superstition” circondato da ballerini very cool dell’epoca:

Io non sono superstizioso!, si vantava quasi rispondendo a Stevie Wonder, più o meno nello stesso periodo, Rod Stewart, cantante d’eccezione  nel brano di Jeff Beck “I ain’t superstitious, considerato tra i 100 pezzi più famosi del rock di tutti i tempi.

Ma lasciamo i nostri rocker statunitensi ai loro battibecchi, e approfondiamo il tema della superstizione, spostandoci nella vecchia Europa. E’ proprio lì dove il rock può attingere per il proprio repertorio nelle tradizioni vecchie di secoli che superstizione e magie diventano protagonisti: il folk di quasi tutti i paesi europei deve molto alle infinite declinazioni della superstizione umana. Anche nella compassata e razionale cultura anglosassone? Certo, più che altrove. Tra le testimonianze più bizzarre della tradizione inglese, merita un cenno quella relativa alla figura del “Jack in the green”: da secoli il giorno del 1 maggio in molte città inglesi si svolge una parata tradizionale, della quale è elemento centrale un uomo vestito completamente di foglie, a cui è permesso di “folleggiare”, danzando ubriaco a facendo scherzi (un Dioniso moderno, insomma). E proprio di un folletto, o della sua sbiadita memoria si tratta, perché il Jack in the green è una sorta di rappresentazione della fertilità, che affonda le sue radici al XIII secolo: portarlo in giro e per i campi rappresentava all’origine – prima che gli extracomunitari d’Oltremanica trasformassero il tutto in un modo per fare gazzarra e bere in compagnia – un modo per esorcizzare la paura di morire di fame a causa del raccolto andato a male… si tratta dunque di un rito pagano fondato sulla pura superstizione della civiltà contadina. La celebrazione di questo rito pagano nel rock è dovuta ai Jethro Tull, che ne hanno fatto uno dei loro pezzi più belli (ecco il brano Jack in the green in un’esibizione dal vivo di Ian Anderson e  compagni: l’arguto Anderson, dopo avere spiegato l’origine ancestrale del mito, conclude con uno sberleffo che può valere un po’ per tutte le superstizioni di cui parleremo in questo articolo: “e se credete a questo, crederete a tutto”).

Restiamo ancora per un attimo nelle gelide terre d’oltremanica: curiosamente, ancora al mese di maggio è dedicato un intero, stupendo EP di Lisa Knapp, “A branch of May”, che rivisita tradizioni e miti di un’Inghilterra del passato, piena di riti e superstizioni da fare invidia al nostro Sud. Tra i brani, il più bello è per me quello dedicato alla caccia alla lepre, “hunt the hare (part II)”, scandito dall’incalzare del ritmo che riproduce la corsa dei cani e dall’incessante ripetersi di scongiuri e filastrocche. Il pezzo, cantato dalla Knapp in duo con un mito della musica folk britannica, Alasdair Roberts, sembra  concepito per ipnotizzare la preda e consegnarla al cacciatore, come un irresistibile, dolce maleficio (non ho trovato video o esibizioni dal vivo di questo brano dall’atmosfera magica, perciò vi faccio ascoltare il brano qui.  Streghe, fantasmi, spiriti e scongiuri… le superstizioni del mondo inglese sembrano dettate dalla paura e dal mondo cupo e inospitale. L’atmosfera cambia radicalmente approdando, in questo immaginario viaggio, nella nostra penisola, patria delle mille tradizioni popolari che covano ancora sotto la cenere dell’Italia contemporanea. Il campionario delle superstizioni, dei riti pagani e degli scongiuri cha ciascuno di noi è abituato da quando è nato a vedere e a ripetere, tra il divertito e l’angosciato, tra un “non è vero ma ci credo” al “non si sa mai, in ogni caso meglio evitare la disgrazia” è praticamente infinito. Tutto quello che conta è, nell’immaginario popolare del nostro paese, minacciato in continuazione da pericoli occulti ed invisibili, e combattuto con formule, scongiuri, invocazioni a personaggi immaginari. Un ruolo centrale ha la protezione della casa, che in quella vera miniera di tradizioni e superstizioni che è la città di Napoli è spesso visitata da uno “spiritello” con abiti da monaco domenicano noto come “O Munaciello”: a volte dispettoso (gli si attribuiscono rumori molesti, spostamenti e rotture di piatti e mobili, ma anche palpeggiamenti alle donne di casa), altre  benefico (improvvise ricchezze di famiglie in difficoltà sono spesso attribuite al munaciello), la sua figura è stata immortalata in una delle canzoni dell’epoca d’oro della canzone napoletana di Roberto Bracco, è presente in una delle commedie di Eduardo De Filippo (Questi fantasmi!) ed è protagonista di diverse canzoni neomelodiche (che vi risparmio) nonché di un bel pezzo strumentale del jazzista partenopeo Antonio Onorato (ecco il link audio di O Munaciello ). O munaciello non è però l’unico spirito che abita le case napoletane, perché deve dividere questo onore con una donna invisibile: un fantasma buono ma piuttosto irascibile, tanto che tutti a Napoli sanno che è meglio non contrariarla (pare non sopporti le ristrutturazioni e ovviamente i traslochi, che vive come un vero abbandono da parte della famiglia che ha adottato e reagisce provocando la morte di uno dei familiari). Proprio per questo, molti abitanti i Napoli quando entrano a casa per prima cosa la salutano e le fanno dei complimenti … e se abitate in questa città forse anche voi, aprendo la porta, declamate ogni giorno “buona sera, bella ‘mbriana!”.

Il grande Pino Daniele le ha dedicato uno dei suoi cd più belli, ed un brano il cui ritornello altro non è che la trasposizione in musica di questo antico rito propiziatorio (ecco un video d’epoca di Bella mbriana, preso da una sigla televisiva. Napoli, e in generale il Sud dell’Italia, è anche il luogo in cui la superstizione ed i riti pagani si intrecciano pericolosamente con la religione, e non stupisce di ritrovare proprio ‘O Munaciello, nella sua versione più dispettosa e nella veste di donnaiolo impenitente, nella geniale giaculatoria delle donne in uno dei brani più scoppiettanti ed irriverenti del musical “La gatta cenerentola”. La scena vorrebbe rappresentare l’antica abitudine delle donne napoletane di recitare ad alta voce insieme il rosario, ma nelle mani del geniale Roberto De Simone (autore della trasposizione teatrale di un antico poema napoletano vecchio di almeno quattro secoli) finisce presto per diventare una sorta di irresistibile (ed irriferibile) botta e risposta tra le donne, che dimenticano continuamente di recitare il rosario per lasciarsi andare a pettegolezzi, chiacchiere e sboccatissimi bozzetti di comuni conoscenti, così spinto e a tratti blasfemo che lascio a voi l’onere di reperire un coraggioso traduttore dall’idioma partenopeo (ecco un video del brano Rosario, eseguito dalla Nuova Compagnia di canto Popolare, dove in un tripudio di descrizioni che definire spinte è davvero un eufemismo, viene evocato anche il nostro Munaciello, che subito compare in scena. Poiché la versione che compare in video è un po’ diversa da quella, altrettanto irresistibile, pubblicata su disco qui la versione in studio. Tradizioni e riti affascinanti, anche se a Napoli la cosa è un po’ sfuggita di mano, e si tende a delegare al soprannaturale il compito di risolvere tutti i problemi, sperando nella ciorta (la fortuna) o accettando ogni disgrazia con un sorriso ironico ed un po’ di rassegnazione… tanto ogni avvenimento sfortunato può essere rappresentato da numeri da giocare al Lotto, e magari trasformarsi nel terno che ti cambia la vita! Contro questo atteggiamento si scagliava qualche anno fa ancora lui, il grande Pino Daniele, che graffiava i suoi concittadini con l’amara “Ce sta chi ce penza”, pamphlet contro chi invece di reagire allo sfascio e alla gente che si mangia la città “mette i numeri a colonna” (gioca al Lotto, appunto) e invoca San Gennaro e la Madonna (ecco il brano in una strepitosa versione dal vivo con mandolino chitarra basso e batteria, una specie di “unplugged”:


Anche questa è molto diversa dall’originale, che era pure imperdibile per l’arrangiamento con strumenti tradizionali tra cui l’antico putipù, scelta piena di ironia sopraffina visto il testo,  pertanto non resisto: ecco la versione originale. A proposito, di San Gennaro, proprio alle processioni del Santo per le vie di Napoli, altro elemento in cui religione e superstizione sembrano inestricabilmente fusi, non si può non citare la splendida copertina del disco più famoso dei 99 Posse, che ritrae in un unico sguardo il Santo in processione, accompagnato dai carabinieri, mentre passa davanti ad uno striscione che proclama l’occupazione da parte dei ragazzi dei centri sociali, abbracciando in uno sguardo solo Chiesa, Stato e la realtà della Napoli moderna: anche i 99 Posse si meritano per questo un posto in questa carrellata, ed ecco uno dei loro  brani storici, Curre curre guagliò).

Parlavamo di numeri al Lotto questo è il campo in cui superstizioni, riti scaramantici e irrazionalità pura vanno davvero a braccetto, e il mondo della musica ha da sempre attinto a piene mani a questo variopinto mondo: da canzoni di un altro tempo (E  numere sbagliate di Roberto Murolo) all’irresistibile ritratto che Fabrizio De Andrè ci ha lasciato del morituro che pregusta il momento in cui, dall’inferno, tornerà in sonno a dare i numeri sbagliati ad una vecchia contessa che, forse solo a questo scopo, lo assiste premurosamente nei suoi ultimi momenti di vita (Il testamento), senza dimenticare il meraviglioso bozzetto della psicologia del giocatore recitato da uno dei  cantautori dimenticati e più talentuosi di sempre, il livornese Piero Ciampi (ecco Il giocatore, secondo me un vero capolavoro: L’autore riesce a trasmettere emozioni e a raccontare la storia del suo antieroe senza dire quasi nulla, servendosi solo delle poche frasi che il giocatore pronuncia per gettare il suo denaro e il suo destino nelle mani del Fato: tutto è detto solo con  le pause e l’intonazione:  è  il trionfo dell’impressionismo in musica. Dal vivo ne esiste una versione televisiva, di minore impatto ma ve la faccio ascoltare perché è una rarità vedere Piero Ciampi “dal vivo”. C’è ancora il mondo dei riti antichissimi legati alla taranta salentina, anche quello un mondo dove la superstizione regna ed è stata fonte di ispirazione per pezzi storici della musica italiana (ma qui il discorso si farebbe troppo lungo, e forse merita un “losapevi” dedicato)…

… e il cupo mondo delle tradizioni siciliane, che ha in Cesare Basile il suo poeta attuale più rappresentativo (il grande Basile è stato anche eletto artista del mese (ARTISTA DEL MESE: CESARE BASILE); tra le mille, vi proponiamo anche la splendida ninna nanna E alavò, nella quale la povera bambina che non si addormenta deve ascoltare gli scongiuri, le invocazioni e le maledizioni ai santi chiamati ad intercedere perché arrivi il sonno come un incantesimo. Tutto il mondo della musica, insomma, è misteriosamente pervaso da questi riti, e…  speriamo di non aver risvegliato con questo articolo qualche spiritello permaloso! Io non ci credo, ma ad ogni buon conto… faccio le corna, e chiudo dunque con “Peste e corna” del gruppo romano Muro del Canto a cui ho rubato il titolo di questa recensione, eccolo, dal vivo in un’esibizione perfetta:

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