Lo Sapevi?

LO SAPEVI? #33 NONOSTANTE IL VENTO CONTRARIO

by Costia

Sia_The girl you lost to cocaineDicono che sia il dolore ad affinare le armi dell’arte, che solo chi ha provato esperienze di vita terribili o è passato attraverso le prove più dure può davvero riuscire a distillare la bellezza come un liquido divino.

Colui che soffre fortemente vede dalla sua condizione, con una terribile freddezza, le cose al di fuori”: lo ha detto Friedrich Nietzsche, autore feticcio (non a caso) di molti rockers. Sapevate che esiste un gruppo rock che si chiama proprio “Nietzsche”, un altro che si chiama “Friedrich Nietzsche” ed un altro ancora che si chiama addirittura “Nietzsche & the Wagners”? A Nietzsche è inoltre dedicato un intero album dei Dandy Warhols ed una canzone dello stesso gruppo, e non si può non citare l’omaggio al filosofo tedesco del nostro Zucchero Fornaciari: “Nice che dice”, che qui vi proponiamo in un concerto d’annata… ma ora basta se no mi dicono che vado fuori tema.

Stavamo parlando del dolore e di quanto contribuisca a sviluppare una sensibilità artistica.

Chissà se è davvero così; magari non è una regola assoluta, però è certo che tra i musicisti di talento abbondano le biografie colme di disperazione, e che alcune star sembrano essersi formate attraverso una serie di prove di cui la metà sarebbero bastate a piegare la testa e spegnere il sorriso di una persona normale: tra gli idoli di cui fischiettiamo allegramente le canzoni troviamo vittime di stalking, di stupri e violenze di ogni tipo, giovani sopravvissuti a lutti e terribili malattie o ad incidenti quasi mortali, nonché gruppi falcidiati dalla morte o dalla perdita del senno: il tributo pagato dal rock alla sfiga, in tutte le sue mutevoli forme, è pressocché infinito.

A quelli che hanno fatto delle prove dell’esistenza un’occasione per fortificarsi, che hanno sviluppato la capacità di sorridere e creare arte attraverso i mille colpi ricevuti e dalle buche in cui li ha spinti la vita sono usciti a testa alta e con una manciata di nuove canzoni in mano, più fragili ma più intensi, è dedicato il nostro piccolo omaggio di questo mese.

 

Alcune di queste storie le conoscete già: vi abbiamo già parlato dello stupro subito dalla giovanissima Fiona Apple e di come questo tragico episodio le abbia condizionato la vita e la parabola artistica (ARTISTA DEL MESE: FIONA APPLE), così come abbiamo già descritto la vita accidentata e particolare di Ani Di Franco, piccola donna d’acciaio capace di imparare a sorridere e fare musica anche dai bagni di un autogrill (ARTISTA DEL MESE: ANI DI FRANCO)…. In uno dei primi “LO SAPEVI?”, abbiamo poi parlato dei tanti artisti vittima di complessi e sociopatie varie, tra i quali spiccano nomi inaspettati (andatelo a rivedere se non ci credete… COMPLESSI E COMPLESSATI).

Lo stupro sembra comunque una triste ricorrenza tra le giovani rockstar: la grande Tori Amos ne ha fatto materiale di una memorabile canzone intitolata “Me and a gun”, dove descrive quasi in un sussurro e senza accompagnamento musicale la violenza subìta con rara efficacia (“erano le cinque del mattino, eravamo io e una pistola, e un uomo alle mie spalle; io cantavo “Santo, Santo” mentre lui si sbottonava i pantaloni”).

Dopo di lei, altre cantanti famose, meno famose e famosissime (tra le altre, anche Madonna) hanno confessato di avere vissuto la medesima esperienza, anche se è evidente che non tutte hanno saputo reagire allo stesso modo…

Vi sono poi artisti che hanno dovuto superare il trauma di divenire disabili dopo essere caduti dalla finestra, troppo ubriachi anche per capire cosa gli stesse accadendo (è la storia del grande Robert Wyatt, tra i fondatori del progressive, che ha dovuto abbandonare la batteria dopo essere rimasto paralizzato dalla vita in giù nel 1973 ed ha continuato la sua carriera come compositore e produttore di alcune delle più belle realtà del rock degli anni settanta e ottanta: qui lo vediamo in un’esibizione live di Gharbzadegi: Robert Wyatt – Live on BBC Four – 2006 o hanno convissuto anni con storie di violenza domestica nascoste dietro le quinte (chi non conosce la terribile storia di Tina Turner, vittima di pestaggi e ogni tipo di angherie da parte del marito Ike Turner, con cui ha girato il mondo e conosciuto il successo come duo soul simbolo di amore e musica prima di rivelare al mondo la sua terribile storia ed avere il coraggio di andarsene per la sua strada?: ecco la tigre del soul urlare al mondo la sua rabbia in What’s love got to do with it?, “cosa ha a che fare tutto questo con l’amore?” per i non anglofili: ).

 

E gruppi che hanno dovuto trovare il modo di andare avanti dopo che il leader è impazzito (i Pink Floyd e Syd Barrett: ecco un rarissimo video del brano Arnold Layne che vede scatenarsi in situazioni surreali e psichedeliche i Pink Floyd con il loro leader e fondatore Syd Barrett) o è morto in circostanze tragiche e forse non del tutto chiare (i Rolling Stones e Brian Jones: ecco anche loro, nella splendida “Lady Jane”: tutte le inquadrature sono per il biondo Jones, e fa impressione vedere il giovanissimo Mick Jagger starsene un po’ in disparte)

Tra le biografie più accidentate ed incredibili un posto particolare merita la cantante australiana Sia (se credete di non sapere chi… Sia, vi sbagliate: è l’autrice di un’innumerevole serie di hit dance che avrete ballato chissà quante volte o sentito in jingle pubblicitari, ed ha composto per Rihanna e tutti i grandi nomi del pop, tanto che non stupisce che Sia… sia stata definita l’artista australiana più influente degli ultimi quindici anni).

Ma quella che conoscete (l’artista con i capelli metà bianchi e metà neri, per intenderci) è una persona molto diversa dalla cantante degli esordi.

Nata artisticamente come cantante di un gruppo acid jazz, Sia ha vissuto a poco più di venti anni la drammatica esperienza di vedere il proprio fidanzato e convivente ucciso da un incidente stradale.

L’evento, come lei stessa ha avuto modo di dichiarare, l’ha portata ad uno stadio di disperazione e di dipendenza da alcol e droga che si è protratto per anni, donando alla sua figura una fragilità che ne ha paradossalmente esaltato le doti e facendola brillare come una stella.

La ragazza, lasciato il gruppo, ha dopo un periodo di sbandamento sfornato alcuni album pregevoli, melodicamente accattivanti ma per nulla banali fino a divenire un nome importante della musica indie.

Parte della forza e persino del suo carisma derivano sicuramente dal suo particolare vissuto: guardatela in questa esibizione di qualche anno fa, mentre proclama al pubblico di essere terrorizzata dal fatto di suonare alla luce del giorno e di poter vedere i volti che la guardano: mostra a tutti con un candore disarmante la sua incapacità di dominare il senso di panico ed attacca poi a cantare con una voce da fare invidia alle più consumate soul singers la bella “The girl you lost to cocaine”.

Guardandola si ha l’impressione che la vita l’abbia portata ad una sorta di stato di esaltazione perenne: è in poche parole un’artista vera e una persona che sprigiona la particolare empatia di chi sorride come può farlo solo chi è appena uscito dall’inferno.

C’è tutto questo nei suoi concerti dell’epoca: la presentazione impacciata e a voca troppo alta dei brani, le movenze di chi sta sudando per l’emozione, i ripetuti colpi di tosse (nervosi ovviamente: scompaiono appena inizia a cantare), la confessione di essere in uno stato di panico perché tutti la guardano, e il suo sorriso con cui si mostra nella sua totale vulnerabilità: unite ad una voce da fare invidia… e un bel brano diventa irresistibile, da vedere con lei sul palco (ecco un altro esempio, dallo stesso concerto del 2008:  “Sunday” Live at Amoeba Music).

Dopo questa faticosa rinascita, Sia ha vissuto altri momenti terribili: è stata vittima di depressione, e gli attacchi di panico l’hanno sopraffatta al punto da ricorrere a quel buffo caschetto bicolore che le copre completamente il volto e che è, come lei stessa ha confessato con il solito candore, un modo per nascondersi al mondo…. Continuando ciò nonostante la sua parabola artistica e diventando anzi, come detto, una delle artiste più pagate dello star system: è a suo modo un simbolo della capacità di rialzarsi dopo ogni caduta.

Un vero collezionista di sfiga è poi Micah P. Hinson, stralunato poeta del rock americano: fuggito di casa ancora minorenne con una modella di Vogue (e questa non è sfiga, lo so: ora ci arrivo) viene introdotto dalla bellona al mondo degli stupefacenti, conosce anche lui la droga e ne rimane soggiogato, ed è così abbagliato dalla sua tremenda fidanzata da falsificare ricette medicinali per procurarle le pillole di cui è schiava… finisce nel carcere minorile, e quando esce si ritrova solo (la modella è andata a fare danno altrove) e senza soldi, con la concreta prospettiva di diventare un clochard…

Ma il ragazzo ha tempra, e comincia a guadagnarsi da vivere strimpellando la chitarra e urlando al mondo il suo dolore, per raggiungere un relativo successo e partire in tournee…

Finché il pulmino con cui viaggia non ha un terribile incidente e il nostro ci rimette quasi l’uso delle braccia; costretto ad una totale immobilità per un periodo, partorisce idee e canzoni a getto continuo e torna in pista ….

Una vita che più spericolata non si può: eppure basta guardarlo per avere l’impressione di un ragazzo posato, timido e quasi spaurito, una specie di Elvis Costello ancora più nerd.

Tutte le vicende incredibili che ha vissuto sembrano non avere lasciato segni in questa anima indistruttibile; nulla scalfisce il ragazzo dal cuore grande, che arriva al primo contratto discografico mantenendo un entusiasmo da ragazzo, nonostante tutto (“Non penso che a molte persone capiti di vedere i propri sogni realizzarsi dopo che hanno completamente distrutto le proprie vite”, sarà il suo commento in un’intervista parlando di quel periodo).

Solo, il ragazzo della provincia americana ha aggiunto alle sue corde una sorta di dolce malinconia, uno sguardo distaccato e profondo alle cose che diverrà la sua cifra stilistica e lo renderà un mix irresistibile di Leonard Cohen e Kurt Cobain.

L’abbandono subìto si trasfigura poeticamente nel capolavoro “Beneath the rose”, in cui Micah Hinson con due pennellate oniriche e surreali dà corpo al suo senso di solitudine immaginando di lasciarsi morire in un luogo in cui non potrà mai essere trovato, e la solitudine è eterna e assoluta, e la sua amata cercare ovunque ed essere beffardamente incoronata la “regina di tutto ciò che si può trovare, una Regina da sola”.

Il testo si sposa alla perfezione con un ivdeo di rara bellezza, dove scorrono immagini ravvicinate di un’abitazione in cui tutto sembra immobile e abbandonato, e una lumaca (chiara metafora del tempo) cammina indisturbata tra le lenzuola, i libri e le suppellettili della cucina che era un tempo una casa abitata dall’amore (si vedono una sottoveste di seta lasciata lì tempo prima, delle lenzuola dimenticate ad asciugare e percosse dal vento). Il tempo sembra passare inesorabile ma nulla può scuotere dall’immobilità questo luogo di abbandono, e le lumache diventano decine e percorrono la casa fino agli ultimi attimi del video, dove esse scorrono sulla schiena nuda e indifesa dell’uomo, insensibile a tutto tranne alla sua disperazione, perso nei ricordi struggenti e bellissimi della sua donna, che sorride, che si stende su un prato con aria sognante, che si spoglia e lo invita a raggiungerlo… è un insieme di immagini che riesce a toccare il cuore e ad essere straziante con una delicatezza e una poesia, una sorta di understatement dell’abisso umano in cui c’è tutto il talento di questo giovane poeta (ecco il video. Se volete vedere il nosrro caro nerd dal vivo eccolo).

I suoi brani sono tutti soffusi di questa dolce malinconia, e i suoi versi si posano sul cuore dolcemente, per rimanervi forse per sempre (come in questa Don’t you, di cui vi proponiamo al solito una doppia versione, audio per ascoltare il suono originale: e dal vivo, dove risalta tuta la fragilità di questo piccolo eroe che sembra sempre sul punto di spezzarsi ma non lo fa mai, ed anzi cavalca il brano con sapienza e mestiere fino alla cavalcata finale: Micah P. Hinson al Cinema Massimo a Torino 2016).

Insomma per quanto la sfiga possa perseguitarti, e la tua vita possa essere spezzata o piegata dalle vicissitudini, dal rock arriva sempre un messaggio ed un esempio, gente che ce l’ha fatta e che è pronta a gridare al mondo che sopravviverà, come la Gloria Gaynor cantava tanti anni fa, fissando fiera la telecamera: I will survive.

E chiudiamo proprio così, con questo moderno inno alla gioia danzato sulle note della Gaynor da una splendida modella sui suoi pattini bianchi, ed un bacio ideale … a chi pattina sulla vita.

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