LO SAPEVI? #18: ITALIA E SUD AMERICA: UNA STORIA D’AMORE, MUSICA E LIBERTA’

Gilberto Gil e Caetano Veloso

In molti popoli ci sono periodi e persone impressi nella memoria collettiva in modo dolorosissimo ed indelebile, come sfregi che segnano la storia di un paese e lasciano cicatrici per sempre.

Gesti così inumani che è difficile anche trovare le parole – o le note – per tradurre il dolore in musica, e lasciano cicatrici per sempre.

Diversi stati del Sud America hanno vissuto questo trauma in tempi recentissimi, in un decennio – gli anni settanta – in cui milioni di persone sono state private della libertà, della dignità, dei sogni da manipoli di individui accecati dalla sete di potere ed in nome di guerre civili di cui si fa oggi fatica a capire anche il senso.

Argentina, Cile, Brasile, sono caduti in poco tempo preda di dittature brutali e inumane, così come del resto in accadeva in Estremo Oriente, e molto più vicino a noi in Grecia, Spagna, Portogallo….

Ogni volta che un pase cade sotto il giogo della dittatura, tra i nemici giurati della “patria” e del potere ad ogni latitudine vi sono sempre gli artisti, accusati di sobillare il popolo con idee di ribellione e considerati più pericolosi degli avversari politici: ecco perché queste pagine tristi e infami della storia sono costantemente intrecciate con la storia musicale dei rispettivi popoli.

Le giunte militari sudamericane degli anni settanta hanno dunque pesantemente condizionato la crescita e lo sviluppo della musica dei rispettivi paesi, tra i più ricchi di talenti e idee geniali del mondo.

Giovani poeti, cantautori, musicisti di enorme potenziale artistico sono stati prelevati nelle loro case di notte in Cile e trucidati senza processo, bendati e caricati su aerei e buttati in mare in Argentina, incarcerati e costretti all’esilio in Brasile….

Alcuni di loro sono tuttavia riusciti a fuggire lontano, ed il seme della loro poesia è sbocciato in altre parti del mondo, generando frutti meravigliosi e contaminazioni tra culture lontanissime, in anni in cui il concetto di world music era di là da venire.

Questa puntata del “Lo Sapevi?” racconta la storia di questi eroi, attraverso le influenze reciproche con la musica dei paesi ospitanti ed in particolare con la musica italiana…

E allora il viaggio non può che partire dal Cile, patria della musica andina e del famigerato dittatore Augusto Pinochet, autore dell’assassinio nel palazzo presidenziale del Presidente della Repubblica Salvador Allende.Victor Jara
Anche lui, come tutti i dittatori, temeva il potere dell’idealismo e dei giovani e vedeva come il fumo negli occhi quel gruppo di giovani poeti e musicisti che, partendo da una rivisitazione in chiave moderna delle radici secolari degli Inca, stava portando avanti una proposta musicale innovativa e piena di incanto.

Pochi giorni dopo la sua presa di potere Pinochet ordinava dunque una delle più violente repressioni della storia recente: la lista delle persone da arrestare e torturare era così lunga che fu confiscato lo stadio di Santiago, trasformato in luogo di tortura e mattanza a cielo aperto ove furono uccisi e seviziati migliaia di ragazzi e ragazze.

Tra questi, il più grande cantautore cileno, Victor Jara, colpevole di avere composto canzoni di dissenso al regime e avere cantato la voglia di libertà: ucciso cinque giorni dopo il golpe (tra le tante, eccovi un assaggio della straordinaria forza poetica di Jara in “Vientos del pueblo”: il testo è talmente evocativo e così duro verso il regime che può senz’altro dirsi che sia uno dei brani con cui l’artista ha firmato la sua condanna a morte).

 

Il destino ha invece salvato dalla tortura e dall’essere trucidati i componenti del più noto gruppo cileno dell’epoca, gli Inti Illimani, in quel momento in tournee in Italia: gli artisti capirono immediatamente di non poter più tornare a casa, e decisero di stabilirsi nel nostro paese.inti Illimani
Da quel momento, e per lunghi anni, gli Inti Illimani diventarono una delle realtà più influenti della musica popolare italiana, scatenando l’immaginario dei nostri giovani post-sessantottini: chi non conosce il vero e proprio inno generazionale delle manifestazioni di tutti i tempi, “El pueblo unido jama sera vencido”? (eccovi un link con immagini del golpe del Cile e dei manifestanti:  (link qui).

Insieme all’inno da cantare per le strade tra slogan e marce di protesta, i ragazzi italiani impararono dai coetanei esuli cileni la bellezza esotica del poncho e i suoni del flauto di pan e del charango, deviando per sempre il corso della musica nostrana verso lidi folk e melodie sognanti e circolari…

Oggi il nome degli Inti Illimani è semisepolto dall’oblio, o peggio associato all’immagine sarcastica e macchiettistica che ne ha fatto Lucio Dalla in un famoso brano che attestava il rigetto dell’italiano medio per gli anni dell’impegno politico… ma stiamo parlando di una delle cose più belle che la musica ci ha regalato, una delle più fulgide prove di cosa può fare il talento quando è al servizio dell’idealismo.

Perché gli Inti non erano solo battaglieri autori di testi politici profondi e toccanti, ma anche straordinari musicisti, e la loro produzione comprende non pochi capolavori basati sulla rivisitazione in chiave moderna di nenie e canti propiziatori degli Inca, brani di una ricchezza armonica stupefacente e con linee melodiche commoventi ed indimenticabili (tra le tante, ne ho scelta una dal suono battagliero ma dal testo poeticissimo, “Exilara del sur”, dedicata alla memoria di Violetta Parra: (link video qui)
… e per chi ha gusti quasi jazz, il celebre brano strumentale “Alturas” (link video qui)

Il successo clamoroso e l’amore immenso degli italiani per questo gruppo sono stati tali che gli artisti hanno deciso semplicemente di rimanere da noi per sempre, o quasi (la loro permanenza è durata trenta anni)… ricambiando questo amore nel modo migliore che conoscevano, attraverso alcuni brani di spettacolare ed inedita fattura italo-andina: conoscete la spettacolare canzone scritta dagli Inti Illimani in onore di uno dei luoghi più “sudamericani” di Roma, “El mercado de Testaccio”? ecco il link ad un video ove i sei cileni suonano questo meraviglioso brano strumentale camminando tra le bancarelle del mercato: imperdibile!

E che dire di questa complessa e trascinante “Tarantella” in salsa cilena? (ecco il link). Ritmo napoletano, armonie sudamericane, poesia e ardore… un vero incanto!
Il brano è diviso in due parti che si intrecciano e si alternano, come le anime della band: inizia con una scatenata tarantella che pur rispettando perfettamente gli stilemi del ritmo napoletano ha un inconfondibile gusto sudamericano, per poi proseguire con un cambio di ritmo e sfociare in una malinconica ballata tipicamente andina, ove magicamente si sente l’eco del Golfo di Napoli… solo un gruppo di artisti così profondamente intrisi della cultura musicale secolare delle Ande e così profondamente innamorato dell’Italia poteva riuscire in questo miracolo di equilibrio musicale e ispirazione poetica!

Oggi vederli suonare dal vivo, quasi 50 anni dopo, fa lo stesso effetto di quando si ha la fortuna di parlare con gli ultimi partigiani: dei vecchi teneri, profondamente umani anche se carismatici, che ti rapiscano il cuore e ti ricordano che c’è stato un tempo non troppo lontano in cui si viveva di idee e di idee si moriva, e capitava di morire anche perché si possedeva talento per la musica, o la poesia, ed una voce che nessuno poteva far tacere.

Caetano VelosoQualche anno prima anche il paese più glorioso dal punto di vista musicale del Sud America, il grande Brasile, aveva sperimentato lo scarpone chiodato della dittatura: nel 1968 il Presidente Silva sospendeva la Costituzione e consegnava il paese alle brutali maniere dei generali dell’esercito, con il compito di estirpare la mala pianta della rivoluzione…

Ovviamente i primi a farne le spese, come sempre, sono stati gli artisti: Caetano Veloso e Gilberto Gil pagheranno con la prigione e poi l’esilio in Europa la colpa di avere sfidato i dogmi e il potere, irridendoli in forme musicali gioiose e all’avanguardia che mettevano in crisi la canzone popolare gradita al potere….
Da questa esperienza traumatica ed assurda (Veloso subirà il taglio coatto dei suoi lunghi capelli come forma di umiliazione da parte dei suoi carcerieri, e confesserà di avere tremato per anni al semplice suono di un campanello che annunciava l’arrivo inaspettato di ospiti) il più grande cantautore brasiliano trarrà lo spunto per un omaggio alla sua terra, con un primo verso assolutamente indimenticabile (“Quando sono stato rinchiuso in cella, guardando i muri della prigione, è allora che ti ho visto per la prima volta in tutta la tua grandezza, come se ti vedessi dall’alto, nuda ma coperta di nuvole… terra”; per ascoltarla ecco il link ).

Quasi negli stessi anni, come a rispondere alla dedica d’amore per il Brasile di Caetano Veloso, un analogo canto d’amore per la propria terra ci veniva regalato da uno scaricatore del porto di Napoli diciottenne di nome Pino Daniele.

pino daniele

Il giovanissimo artista partenopeo dedicava infatti il suo disco d’esordio, sorprendentemente maturo e zeppo di capolavori, alla sua terra (ecco il link al brano “Terra mia”).

Erano le prime avvisaglie di una sensibilità comune tra i due opposti poli della melodia e del ritmo (Napoli e Rio de Janeiro) e le prove generali di un amore tra la musica italiana e quella brasiliana destinato a dare frutti eccelsi, tra cui spiccano alcuni dei più scatenati samba composti dallo stesso Pino Daniele (ecco il link all’indimenticabile ritratto del transessuale Teresa di “chillo è nu buono guaglione”).

Anche in questo caso, amore ampiamente ricambiato, come dimostrano i tanti curiosi omaggi alla musica napoletana dei massimi artisti carioca (lo stesso Veloso si produrrà in diverse interpetazioni di classici napoletani tra cui una splendida “Luna rossa”, ma il brano che preferisco è “Bem que sis” della fascinosa Marisa Monte, traduzione brasileira del brano di Pino Daniele “E po’ che fa”: link video qui ).

vinicius_vanoniIl frutto più splendente dell’amore tra Italia e Brasile è però senza dubbio l’album composto da Toquinho e Vinicius Moraes per la voce più sudamericana della nostra musica, Ornella Vanoni: tra tutte, non possono non proporre almeno “la voglia, la pazzia” ( link video qui) e “senza paura” (link video qui), di recente ripresa da Meg in una cover di livello), due canzoni che hanno segnato un decennio finendo con imporre un nuovo modello di contaminazione tra musica italiana e sudamericana, meno sofferta e politica e più fondata sulla comune esaltazione della gioia di vivere e del sentimento che da sempre caratterizza i due popoli.

In tempi recenti, alcuni dei nostri cantautori più interessanti sono rimasti vittima della folgorazione da musica brasiliana, e sono riusciti a creare un sound originale ed una vera fusione tra elementi dei due mondi.

Tra questi, una menzione particolare merita sicuramente Mario Venuti, autore dopo lo scioglimento del gruppo dei Denovo di uno splendido album solista (purtroppo rimasto senza seguiti dello stesso livello), in cui ha dato libero sfogo alle sue influenze caraibiche e brasiliane, innestate sulle linee melodiche della scuola catanese (ecco il link alla bella “Fortuna”)…. ma anche Fiorella Mannoia, autrice di una trascinante rivisitazione del brano di Milton Nascimento “Cravo e canela” (link video qui).

E devono molto al Brasile anche i Negrita, gruppo storico della scena italiana, autori qualche anno fa di un vero e proprio atto d’amore verso il Sud del mondo (Rotolando verso sud: link video).

Infine, l’Argentina, altro paese che ha sofferto per anni una terribile dittatura costata migliaia di morti. Una delle sue più fulgide stelle, Mercedes Sosa, ha espresso di recente il suo canto di protesta ricorrendo ad un superclassico italiano, “Bella ciao”, reinterpretata con un arrangiamento discreto ma inequivocabilmente argentino che dà a questo mitico canto partigiano un sapore davvero inedito, buffo senza tradirne l’ardore

(link video qui)

Mercedes_Sosa