LO SAPEVI? #10 : SECOND LIFE, OVVERO COME L’INCOERENZA (A VOLTE) SIA UNA VIRTù!

Chi l’ha detto che la coerenza è una virtù?

laurin hill

In musica, coerenza a tutti i costi vuol dire spesso adagiarsi per sempre su un’unica, fortunosa idea con cui si diviene famosi e perdere la capacità di osare: anche i più grandi (non tutti per fortuna) subiscono questa tentazione, e gli artisti che dopo aver raggiunto visibilità e fama continuano a sperimentare e a cercare nuove strade mantenendo lo stesso livello qualitativo si contano sulla punta delle dita di una mano… Nei casi più fortunati si può invece leggere nella discografia dei gruppi e dei cantanti un’evoluzione costante ma decisa, dai timidi esordi in cui solo qualche geniale produttore riesce a scorgere il genio appena abbozzato tra le tracce, al cosiddetto “disco della maturità” in cui tutto è compiuto e perfetto. Segue il disco di assestamento e l’inevitabile declino… Forse per sfuggire a questo maledetto ingranaggio che è parte del ciclo della vita, alcuni musicisti hanno osato “l’inosabile”, ed al culmine del successo hanno deciso di ricominciare da zero, abbandonando l’autostrada musicale che essi stessi avevano costruito per imboccare un sentiero diverso, rimettendosi in gioco con un linguaggio musicale completamente diverso da quello parlato fino a un momento prima: ne sono scaturite alcune delle più grandi sorprese della storia del rock.

Accanto a tentativi nobili ma non riusciti vi sono infatti alcuni casi di incredibili esplosioni di genio, come se la vita che si era vissuta fino a quel momento fosse stata una specie di costrizione da cui liberarsi, sprigionando scintille che nessuno immaginava. Storicamente il primo esempio coinvolge proprio la band più famosa di tutte, il quartetto pop da cui il rock è stato preso bambino e in pochi anni lasciato “ragazzo”. Già, perché proprio ai Beatles si deve la prima, clamorosa “second life” della storia del rock: la breve ma intensissima storia degli scarafaggi di Liverpool (quattordici dischi ufficiali in sette anni, tra cui un esplosivo doppio) può infatti essere divisa esattamente a metà come un bisturi. Dopo aver raggiunto un successo planetario senza precedenti con canzoni piene di yeah yeah e testi che raramente andavano al di là delle dichiarazioni d’amore che oggi gli adolescenti scrivono su whatsapp, tra il 1965 e il 1966 i Beatles annunciano di non voler più fare concerti (e si tratta, va ricordato, di tour che erano vere e proprie miniere d’oro, con sold out e gente delirante in tutti gli angoli del pianeta) perché per le urla dei fan “non riescono più a sentirsi mentre suonano”, e dichiarano di aver voglia di vivere, e di approfondire la loro musica. I dischi che seguono mostrano un’impennata qualitativa senza precedenti: i brani virano improvvisamente verso un rock più adulto, con testi che sono dei veri capolavori e musiche nuovissime e atmosfere mai sentite prima, con una incredibile quantità di idee stipate in una manciata di lp che sono rimasti nella storia (“Revolver”, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, “The White album”, “Abbey Road”, “Let it be”). John Lennon, Paul Mc Cartney e da quel momento anche George Harrison aprono la mente a milioni di influenze diverse che riversano nella loro torrenziale produzione, e ogni brano apre un nuovo mondo musicale inedito da cui nasceranno come fiori il rock moderno, ma anche l’heavy metal, la musica etnica, la musica psichiedelica e via all’infinito. Si tratta di una rivoluzione mentale sconvolgente che ha proiettato gli alfieri del rock dieci anni avanti a tutti: davvero dall’esame della discografia dei “re dei re” del rock si ha la chiara impressione di una seconda vita, scelta con coraggio e determinazione in un momento storico in cui il mondo intero era ai loro piedi e dunque con ammirevole coraggio (alcuni dei primi dischi del “nuovo corso” hanno ricevuto reazioni non tenere da parte di alcuni fans spiazzati, e si ricordano anche dei roghi in piazza di pile di meravigliosi dischi che oggi farebbero la gioia dei collezionisti….).

Eccovi a confronto il video del loro primo singolo, “Love me Do, il cui testo potrebbe essere stato scritto dall’autore dei Teletubbies (con tutto l’affetto per la band, e tutto l’odio rancoroso che provo per i deliranti cartoni creati dalla BBC) con uno dei tanti intramontabili capolavori della seconda parte della loro carriera: “Strawberry fields forever”, che vi propongo in un video un po’ naif ma very psycho come la canzone vuole (https://youtu.be/aayq3pjPuqM).

Tuttavia, il caso più clamoroso di cambiamento radicale della storia della musica secondo me non è quello che ho appena ricordato, ma riguarda i Talk Talk. Tutti ricordiamo il primo disco di questa band inglese che all’esordio è esplosa in tutto il mondo con un sound ed un ritmo che ha fatto agitare sulle piste la meglioo gioventù dell’epoca e segnato in modo indelebile la musica degli anni ottanta, il decennio passato alla storia come quello del trionfo della superficialità e delle soluzioni facili (anche in musica). Nel disco vi erano almeno due hit, le stupende “Such a shame” e l’eponima “It’s my life”, che tutti i ragazzini dell’epoca hanno imparato a memoria e ballato ovunque possibile (vi proponiamo il link al video della seconda: https://youtu.be/5ixRWvrkUHo; se invece volete vedere il video di “Such a shame” cfr. su questo sito “LO SAPEVI?#4:COMPLESSI E COMPLESSATI”).

Naturalmente si capiva già all’epoca che non si trattava di musica da discoteca e basta, e che le idee gettate in pista dal quartetto di Londra erano originali e intelligenti, così come i loro video e la gestione dell’immagine del leader e cantante Mark Hollis. Tuttavia, nemmeno Nostradamus avrebbe potuto immaginare che, all’apice del successo e mentre tutto il mondo aspettava il seguito del loro fortunatissimo disco d’esordio, il gruppo decidesse dI suicidarsi commercialmente e lasciare la ribalta per cimentarsi in un nuovo tipo di musica, di altissimo livello e con zero prospettive di vendita. Il risultato ha all’epoca lasciato di stucco la critica e – come prevedibile – indifferente il pubblico, relegando improvvisamente il gruppo dallo status di “band a sei zeri” a “oggetto misterioso”, come se un’altra band si fosse impossessata del logo e ne avesse approfittato per diffondere nel mainstream una musica che altrimenti non vi sarebbe mai giunta. La sorpresa in chi ascolta la musica della “second life” dei Talk Talk è davvero enorme: il Mark Hollis scatenato e irridente dei primi video ha ceduto il posto a un compìto e raffinatissimo cantante che distilla le note come se si trattasse di dogmi musicali, in un’enfasi trattenuta emozionante e (all’epoca) assolutamente nuova da cui scaturiranno epigoni di imitatori (c’è chi dice che lo slowcore nasca dalle intuizioni di “Spirit of eden” – questo il nome del capolavoro del 1988: di questo disco indimenticabile vi proponiamo il video di “I believe in you”, vera pietra miliare del rock di sempre). Un pugno di canzoni bellissime, una cesura netta con il passato, una sorta di liberazione: Mark Hollis e soci sembrano avere usato il successo e le possibilità commerciali guadagnate per riscattarsi dalla spensierata post-adolescenza (con cui pure avevano deliziato il mondo) e fare, solo e per sempre, la musica che sentivano di voler fare. Passando così – caso unico nella storia del rock – da gruppo-icona della musica dance a gruppo-icona della musica colta in soli due dischi…

Se nel caso dei Talk Talk il passaggio alla seconda pelle sembra essere stato felice e liberatorio, c’è da dire che non sempre i sentimenti che accompagnano questa catarsi artistica sono così positivi e cambiare vita, musica e prospettive con il rischio di azzerare tutto quello che si è costruito fino a quel momento può essere un vero e proprio trauma per una rockstar, costretta ad un certo punto della vita a scegliere se insistere in un tipo di musica che gli garantisce visibilità e agiatezza ma che non sente più sua, e un cambio radicale che premia coerenza e voglia di continuare a guardarsi allo specchio ma può annullare completamente tutte le certezze.

Un esempio dell’insostenibilità di questa scissione, che può divenire un vero e proprio dramma esistenziale, è dato dalla carriera artistica di Lauryn Hill. La ragazza, come sapete, si è affermata in tutto il mondo come cantante di un gruppo statunitense di trip hop, i Fugees, che ha venduto al suo esordio qualcosa come quattro milioni di copie divenendo punto di riferimento degli adolescenti dell’epoca (siamo nel 1996: ecco il video di “Woo- doop” meglio noto come “That thing”. Chi di voi non ne ha canticchiato almeno una volta il ritornello?). Eppure anche in questo caso qualcosa si è rotto: la giovanissima e bella Lauryn molla il gruppo e produce un disco solista dal profetico titolo di “The Miseducation of Lauryn Hill”, forse indicativo delle pulsioni per una vera e propria riprogrammazione musicale ed esistenziale. Un anno dopo la giovane star si presenta da sola con la chitarra sul palco degli MTV per uno dei celebri concerti Unplugged che l’emittente ha prodotto in quel periodo, annunciando all’inizio del set di voler presentare delle canzoni nuove: seguono quasi due ore di concerto con tutti pezzi inediti che segnano una svolta irreversibile nella carriera e le chiudono per sempre il mondo del mainstream: canzoni sofferte, lente e sognanti, del tutto aliene dal trip hop che l’ha resa famosa, più simili a melodie da folksinger sui generis, accompagnate da testi autobiografici e invettive contro lo star system e tutto il dorato mondo in cui era vissuta fino a quel momento. E che non si tratti di un cambiamento di facciata lo dimostra l’impressionante sincerità e passione che la ragazza mette in ogni nota: più di una volta le esecuzioni si interrompono perché la Hill è sopraffatta dalle emozioni, alcuni versi finiscono in un singhiozzo commosso o tra le lacrime della cantante, che per di più apre quasi ogni brano con un lungo monologo in cui spiega la sua decisione di voltare le spalle al mondo della musica come lo aveva vissuto fino a quel momento… una vera e propria confessione pubblica che lascia scioccati e rapiti i pochi spettatori di questo incredibile live (Ecco il video la mia preferita è “Just like the water” che va dal minuto 44’26 al minuto 50.30…CLICCA QUI o l’altrettanto splendida “Mr. Intentional“). Il risultato artistico e umano è così notevole che Lauryn decide di farne un disco, in cui tutto è lasciato come nel live, compresi pianti, singhiozzi e stonature, oltre ai monologhi. Album che a mio avviso costituisce il top assoluto della sua carriera (anche se la carriera in questione è praticamente finita quel giorno, nel senso che la povera ragazza non ha più venduto nulla ed è stata rapidamente dimenticata).

Infine, un caso più recente è quello dei Lamb, duo di Manchester composto dal produttore e musicista Andy Barlow e dalla cantante e compositrice Lou Rhodes, due anime musicali che non potrebbero essere più diverse: tanto vulcanico, legato alla sperimentazione e amante dei suoni dub il primo, quanto riflessiva, melodica e paladina di sonorità lente e profonde la seconda. Questa insolita miscela ha spopolato per qualche anno in precario equilibrio musicale ed esistenziale, alternando hit riuscitissime a litigate furiose in privato ed in pubblico (è nota l’intervista conclusa con la bella Lou che picchia il suo partner per una risposta a suo dire irrispettosa nei suoi confronti, sotto gli occhi allibiti del giornalista). Finché il giocattolo si guasta, il gruppo si scinde in due metà, libere di sviluppare ciascuna le proprie idee musicali senza l’ingombrante presenza dell’altro. In particolare Lou Rhodes diviene immediatamente un punto di riferimento importante per la folk music: abbandonati i panni della star della musica elettronica, si presenta con treccine simil-indiane e fare da guru che ne ha viste tante, e produce una manciata di ottimi dischi che hanno il sentore della liberazione… che avesse ragione lei a picchiare il povero Barlow? A voi la sentenza, fate il confronto tra questi due video, il primo è “All in your hands”, in questa bella esibizione dal vivo dei Lamb; il secondo è “Janey” dove canta la “nuova” Lou Rhodes, cantautrice impeccabile con tanto di archi ad accompagnare la sua voce calda e bassissima.