IL MIGLIOR ARTISTA DEL 2019: JAMES BLAKE

Qualcuno ricorderà che siamo soliti aprire l’anno con le classifiche dei migliori album del futuro: ci sembra troppo facile ascoltare i dischi dell’anno appena finito e scegliere i migliori ed abbiamo spesso preferito “buttarci”  ed indicare chi, tra i nostri beniamini, avrebbe dato alle stampe il miglior disco nell’anno che andava  a cominciare.

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E’ un esercizio che richiede una certa dose di noncuranza (delle inevitabili figuracce), soprattutto considerando la percentuale clamorosamente bassa dei pronostici azzeccati in passato.

Ma sappiamo bene di non poter prevedere il futuro  e che le nostre previsioni sono dettate dalla passione e il cuore non è un buon alleato dei chiromanti.

E allora quest’anno abbiamo deciso di osare ancora di più e dedichiamo la prima recensione dell’anno al miglior album del 2019, anche se quest’ album ancora non è uscito.

Ebbene sì, signori: siamo pronti a scommettere quello che volete (si scherza eh? non vogliamo arricchirci alle vostre spalle) che il boom dell’anno sarà il nuovo disco di James Blake.

Perché? Perché il ragazzo ha già dimostrato di avere un talento enorme, sembra pieno di idee ancora in boccio e da sviluppare. Il suo ultimo disco è del 2016 (e quello prima del 2013… mmm, un disco ogni tre anni e dunque ci siamo) e in questo disco Blake ha fatto enormi passi avanti, sicché può facilmente dirsi che è in rampa di lancio verso traguardi ancora più prestigiosi musicalmente.

In particolare, sembra avere imboccato un cammino diverso da quello di prima, lasciando la strada che lo aveva consacrato come star da milioni di visualizzazioni per un cammino più difficile, sofferto e di qualità… e last but not least perché nel 2018 sono usciti ben distanziati tra loro due singoli, che non possono che essere l’antipasto del nuovo album in uscita e si tratta di due vere perle!

Eccovene una, così per gustare, la immaginifica “If the Car Besides you Moves Ahead“, sorta di sperimentazione onirica e portata all’eccesso di tutte le componenti del particolarissimo stile di Blake.

Ma andiamo per ordine: non avendo a disposizione questo splendido disco che uscirà chissà quando nel corso del 2019, non possiamo che immaginarlo tracciando un immaginario percorso del nostro artista, per vedere se seguendo le sue orme passate non si riesca ad intravedere dove il nostro sta andando; così, quando il disco uscirà noi saremo già lì ad attenderlo.

E allora dobbiamo partire dal suo esordio del 2011, che si intitola semplicemente “James Blake”.

Chi ha letto prima di ora qualche recensione a mia firma sa che ho una specie di mania nel sezionare l’inizio dei brani per trovarvi, in nuce, l’essenza degli stessi: e allora proviamo ad analizzare l’inizio degli inizi, ovvero i primi secondi del brano di apertura del suo primo disco.

Il brano si chiama “Unluck” e contiene  – come spesso accade  – più di una importante chiave di lettura per entrare nel personalissimo mondo dell’artista: l’intro è affidata ad un particolarissimo dialogo ritmico tra le note soffuse di un piano elettrico ed una batteria, pure elettronica, che spara singoli battiti cadenzati in maniera irregolare.

L’incrocio di due strumenti pesantemente manipolati dal computer dà stranamente una sensazione vintage, dovuta all’atmosfera calda del piano che intona un accordo dal vago sapore jazz.

Neanche il tempo di assaporarne l’impasto che entrano all’improvviso la voce sofferta e distorta dell’autore che dilata i versi fino ad assomigliare ad un lamento lento, senza tensione ritmica ed una batteria che suona, in totale distonia, un ritmo accelerato; la strofa si ripete ma questa volta le note del piano sono pestate con forza: con questo semplice accorgimento la tensione cresce e si dilata in pochi secondi.

Un approccio vocale da vecchio crooner, reso eccentrico dalla distorsione elettronica della voce, cori in falsetto stile soul e ritmi e sapori antichi affidati alle mani esperte e futuriste dei maghi del computer: in quei pochi secondi iniziali Blake presenta al suo mondo la sua originale proposta musicale. E’ arrivato sulla scena il cantautore del futuro.

Il disco ha avuto un impatto notevole sul mondo della musica dell’epoca, con punte di streaming dei suoi singoli che vanno dai 20 ai 40 milioni di click.

Non sorprende che il successo sia stato decretato dalle componenti più cool e modaiole della sua musica: all’epoca, manipolare la voce elettronicamente era divenuta una vera e propria mania, soprattutto nel segmento più pop ed è stato inevitabile associare Blake con la schiera di cantanti lounge che impazzavano nei locali notturni.

Ma James aveva ascendenze assai più nobili e i suoi punti di riferimento erano più altolocati, tra il soul Motown. La prima volta che ho visto un suo video ho avuto un piccolo shock nello scoprire che il ragazzo non solo non era nero di pelle ma aveva l’aria di una sorta di Chris Martin nordeuropeo) e una specie di easy jazz: guardare per credere il video di questa esecuzione della stessa “Unluck” eseguita in studio, dove emerge l’impostazione classica del brano.

Da allora, la carriera di Blake sembra finalizzata ad un affrancamento della componente elettronica ed un recupero della dimensione cantautoriale.

Il suo secondo album, “Ungrown” del 2013, dimostrava che al netto delle manipolazioni (invero, eccessive) del passato lo stile vocale non solo non ne soffriva ma emergeva in tutta la sua bellezza ed originalità: un esempio è questa esecuzione per KEXP (VIDEO QUI). Sempre sia lodata questa emittente per la quantità di esecuzioni eccellenti che ci regala ormai da anni con le sua ospitate d’eccezione) del brano di maggior successo, “Retrograde”, dove piano e voce sono liberati dalla tirannia dell’informatica e lasciano libera di volare l’anima soul-jazz del ragazzo; è vero, ci sono un po’ di loop ma nessuno è perfetto.

Lo stesso effetto, del resto, Blake lo ottiene anche quando ritorna al piano elettrico, come in “Life Round Here”, perfetto brano soul del nuovo millennio (VIDEO QUI).

Eccolo allora il percorso, ecco le tracce da seguire.

Una conferma nel terzo e finora ultimo disco, l’eccellente “The Colour is Anything”, l’album che consacra Blake nell’Olimpo della musica, dalla parte giusta: fuori le ambiguità, il nostro esce allo scoperto e si propone come alfiere di una musica d’autore che va diritta al cuore, che esprima un soul modernissimo.

Scomparse quasi del tutto le manipolazioni vocali, la voce bella e sofferta di Blake dà cuore e anima a brani pieni di pathos nonostante predomini come sempre una sorta di sospensione del tempo.

Le frasi sono infatti distillate e le pause sembrano importanti come il cantato, il ritmo è rallentato e il colore evocato dal titolo dell’album è quasi del tutto tendente al nero, in linea con i testi che esprimono spesso la disperazione dell’abbandono e la fine dell’amore (come nell’inconsolabile “Radio Silence” che apre il disco con il piglio del capolavoro).

E la componente elettronica? non è sparita, tutt’altro, ma è al servizio dell’anima: ritmi sincopati, suoni alieni che zigzagano tra i vocalizzi di Blake e accentuano il senso di solitudine: le sue sono storie di un cantautore alieno, che puoi immaginare suonare un pianoforte da un pianeta disabitato.

Gustatevi la splendida e desolata “I Hope my Life”. Dal vivo, altrettanto bella.

A scaldare l’atmosfera pensa la componente soul, che a volte sfiora il gospel, come in questa suggestiva “Choose me”, che sembra partire proprio quando la voce si impossessa della scena e trova l’intesa con il ritmo dei legni sul ferro dei piatti della batteria.

A volte è proprio nei riverberi elettronici che Blake mette l’anima, come in “Points“, dove il cantato si impiglia in una strofa ripetuta all’infinito che finisce a fare da sfondo ai giochi musicali ed ai rimbalzi suggestivi della componente informatica, in un esperimento riuscitissimo di “disumanizzazione” del suo stile.

Ma è un attimo, e dal brano successivo (la stupenda “Love me Whatever Way“) il lato cantautorale riprende il sopravvento e piano e voce tornano a svettare su echi e riverberi.

A collaborare con Blake in questo disco troviamo, non a caso, uno degli epigoni della nuova canzone d’autore, quel Bon Iver diventato famosissimo con brani crepuscolari e dagli arrangiamenti spogli ed essenziali. Eccoli insieme in un’altra delle gemme del disco, “I Need a Forest Fire”. Curiosamente, dall’incontro sarà però proprio Bon Iver ad uscire trasformato e da allora inserirà una importante componente elettronica nei suoi successivi album… ma questa è un’altra storia e un’altra recensione, ancora da scrivere.

E ora?

Sono passati tre anni e tutto sembra far presagire che il 2019 sarà l’anno del nuovo capitolo della storia musicale di questo affascinante soluman del futuro.

La lotta tra le sue componenti non sembra cessata, anzi: le due primizie del 2018 si sono divise equamente la scena e se “If the Car Besides you Moves Ahead” sembrava segnare un ritorno alla leadership elettronica, la successiva “Don’t Miss it” è a suo modo il brano più classico mai scritto da Blake.

Il piano è di nuovo classico, anzi il suono sembra leggermente scordato e, complice un fruscio di sottofondo, sembra provenire direttamente dall’epoca dei vinili, così come la stupenda voce da soprano lirico che contrappunta un cantato mai così sofferto e strascicato del nostro Blake . Ne esiste anche una versione dal vivo, dove purtroppo la voce femminile è registrata ed è un vero peccato non vedere il duetto vocale all’opera in carne ed ossa.

La voce è ancora un po’ manipolata, sicché Blake sembra un robot triste, un Hal9000 consapevole della fine imminente che rende il suo testamento, raccomandando ai suoi immaginari interlocutori di non avere rimpianti.

Nessuna delle due componenti dunque sembra avere vinto la particolare battaglia che si svolge nel cuore di questo strano cantautore: ma sembra sicuro che la lotta prosegue a livelli artistici di eccellenza e che con tutta probabilità il nuovo disco, che abbiamo scoperto da poco avere una data di uscita (18 gennaio), un titolo (“Assume Form”) e una tracklist, si candida ad essere il punto più alto della sua parabola nonché… il miglior disco del 2019.

Ecco la tracklist di “Assume Form”:

01 Assume Form

02 Mile High [ft. Travis Scott and Metro Boomin]

03 Tell Them [ft. Moses Sumney and Metro Boomin]

04 Into the Red

05 Barefoot in the Park [ft. Rosalía]

06 Can’t Believe the Way We Flow

07 Are You in Love?

08 Where’s the Catch? [ft. André 3000]

09 I’ll Come Too

10 Power On

11 Don’t Miss It

12 Lullaby for My Insomniac

Aspettiamo impazienti!