Artista del mese

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ARTISTA DEL MESE: TINARIWEN & AZIZA BRAHIM

by Costia

Tanti tanti anni fa, durante quell’adolescenza tumultuosa del rock che sono stati gli anni settanta, molti artisti scelsero la musica pop come strumento di battaglie politiche, mettendo in versi le loro lotte contro vere o supposte dittature ed il loro talento al servizio di ideali di libertà.

Da tempo queste tematiche sono scomparse dai testi dei rockers occidentali: altri sono i sogni, le speranze e le paure dei giovani che si affacciano alla ribalta musicale.

Esistono però ancora angoli di mondo dimenticati, popoli sconosciuti ai più ai quali è stato tolto tutto con brutalità e violenza, moltitudini che vivono quotidianamente storie di sopraffazione e martirio e per i quali concetti come libertà, indipendenza, fine dell’oppressione sono tutto quello per cui vale la pena di vivere.

Fare musica è ancora, in questi luoghi, una necessità dettata dalla voglia di preservare una cultura e un’identità che si vuol far scomparire, e l’unico mezzo per portare nel mondo la propria lotta.

La nostra recensione è un modo per condividere due di queste realtà: due voci dal grande deserto africano da cui tutto è nato (anche la musica, di ogni tipo e colore, dei cinque continenti), due grida di dolore, due forme d’arte simili ma diverse, due degli infiniti gioielli che la grande mamma Africa ci porta in dono.

TINARIWEN

Chi segue questa rubrica sa che musica e suoni africani sono da sempre nel mio cuore. Ho dedicato un intero articolo all’Africa e ai suoi suoni ne LO SAPEVI? #14 ALL’ORIGINE DI TUTTO

Proprio questa passione mi ha per lungo tempo impedito, paradossalmente, di approfondire il gruppo dei Tinariwen, pur essendo una delle realtà musicali più note di quella fucina della musica poggiata tra Mali, Niger e Sudan.

E’ difficile infatti non essere colpiti, come primo impatto, dal loro bizzarro look: i componenti del gruppo si presentano e suonano avvolti nei costumi tipici del deserto, con tanto di turbanti colorati a coprire quasi completamente il viso, anche nelle performance in studio, e i video li ritraggono spesso mentre suonano tra dromedari schierati in file interminabili e i soliti bambini che giocano con niente tra le dune: l’effetto è quello di una specie di involontaria parodia del musicista arabo – africano, e li avevo presi in antipatia come simbolo di chi per compiacere gli occidentali accentua il lato folkloristico del proprio aspetto anziché puntare sulla musica.

Nonostante questo atteggiamento un (bel) po’ prevenuto, negli anni prima un brano, poi un altro, poi altri due si sono insinuati tra le pieghe della mia diffidenza, e sono entrati nella mia ideale playlist, imponendosi semplicemente per la loro bellezza assolutamente fuori dal comune.

Il primo è l’incredibile “Ammassakoul’n’Tènèrè”, un pezzo che non stanca nemmeno dopo cento ascolti, in cui c’è tutta la forza e il talento di questo gruppo: è un brano meraviglioso, che cattura immediatamente attraverso l’accordo circolare delle due chitarre intrecciate tra loro che porta il brano in cinque secondi ad una sorta di trance ipnotica (a questo link audio potete apprezzare il suono in tutta tranquillità e senza essere distratti dai musicisti).

Il pezzo raggiunge l’acme prima ancora che la voce del cantante cominci ad imbastirci sopra il racconto, come da tradizione ripreso immediatamente dal coro degli altri del gruppo che ne ripetono la strofa parola per parola, ad aumentare il senso di stasi meravigliosa e di sospensione del tempo che è forse il portato più immediato e sensibile della cultura berbera tradotto in musica. Siete pronti? eccoli un’esibizione dal vivo.

E ora eccoli nel famosissimo programma musicale della BBC “Later… with Jools Holland”, leggermente stranianti e fantasticamente fuori contesto.

La loro musica è blues in un senso ancestrale e purissimo, e risente in questo fortemente della tradizione dei bluesmen del Mali, eredi più o meno diretti del grande Ali Farka Tourè. E’ un blues pieno di sabbia e di sole, eppure sorprendentemente cupo e senza speranza.

Il passo successivo, anche per capire il motivo di questi contrasti è stato approfondire i testi e la storia di questo gruppo di musicisti, così diversi dagli altri artisti del Mali… ed ho scoperto che maliani non sono neanche un po’.

I Tinariwen appartengono infatti al popolo dei Tamakesh, molto più noto con il nome di Tuareg (ma non chiamateli così: è il nome loro dato dagli arabi, e significa “dimenticati da Dio”; loro preferiscono chiamarsi Imazighen, cioè “uomini liberi”), i dominatori del deserto che per secoli hanno vissuto in tende allevando dromedari.

Sottomessi ai francesi durante la colonizzazione, con l’abbandono delle potenze occidentali il loro territorio è stato smembrato tra Mali, Nigeria, Algeria e Burkina Faso e per i Tamakesh è iniziata una lunga e sanguinosa guerra per l’indipendenza e per il diritto a mantenere le loro abitudini basate sul nomadismo, che mal si conciliava con le neonate barriere tra Stato e Stato, tracciate col righello dagli occidentali prima di andarsene.

Il nomadismo è dunque l’humus delle loro canzoni, molte delle quali appaiono concepite per essere suonate nelle lunghe notti accanto al fuoco, acceso tra le tende, come questa “Tinde” (è veramente per ascoltatori pazienti, vi avverto, comunque eccoli in un loro live a Parigi) che contiene veri e propri richiami tribali e consiste in una lunga declamazione musicata mediante l’infinita reiterazione di un unico accordo, intervallata da battiti di mani e grida di incoraggiamento al declamante. In questo video, la voce è dell’anziana cantante Lalla Badi; se non siete svenuti o caduti in trance e volete confrontare questa versione con l’originale con la voce maschile dei Tinariwen  qui la traccia audio.

Il nomadismo, dicevamo, e la sua insofferenza ai confini, porta i Tuareg negli anni novanta allo scontro frontale con il governo del Mali, che inizia una repressione feroce.

Anche i futuri componenti dei Tinariwen prendono le armi e combattono tra le dune: la loro formazione musicale inizia nei campi profughi dove Gheddafi insegnava a mezza Africa a ribellarsi e combattere contro nemici di vario tipo.

Il trattato di pace concluso dai Tamakesh con il governo del Mali del 1996, si legge nella loro incredibile biografia ricavabile qual e là, ha tra le sue mille conseguenze indirette che i componenti dei Tinariwen hanno deposto le armi e si sono dedicati a tempo pieno alla musica.

Da tempo hanno barattato i loro strumenti tradizionali con chitarre elettriche ed è così che è nato questo stranissimo impasto musicale che è la quintessenza della tradizione africana pur essendo suonato con strumenti occidentali: chitarra basso e batteria (spesso, invero, percussioni).

Nei loro brani troviamo dunque l’esaltazione della libertà della vita del deserto: la stessa Amassakoul’n’Tènèrè (il viaggiatore del deserto) parla della libertà di chi vive spazi immensi e può godere del bene supremo del silenzio rispetto al mondo degli altri (noi), di chi sceglie di ammassarsi, organizzarsi, rinchiudersi in spazi piccoli, ma alla fine cade proprio nella trappola che l’uomo bianco sembra voler evitare ea tutti i costi come un incubo: la solitudine.

Tutto il resto è tradizione, portata ed ostentata con fierezza come una battaglia politica: dalla scelta di suonare ed esibirsi con gli abiti tradizionali (per i Tamakesh il velo è obbligatorio per gli uomini anche durante i pasti, mentre curiosamente le donne possono limitarsi a coprire i capelli: se volete vedere la cerimonia di vestizione di un vero “uomo libero” eccola nel video di Sastanàqqàm dove i componenti dei Tinariwen, come in un immaginario passaggio di consegne, vestono alcuni giovani), accettando contaminazioni il minimo indispensabile.

Ciò non toglie che musicalmente il gruppo sia aperto a contatti ed influenze, e del resto il linguaggio che dal Mali si è sparso come balsamo su tutto il mondo (il blues) è universalmente conosciuto e facilita scambi di ogni tipo: così non sorprende di vedere i nostri suonare con alcuni dei più accorti musicisti angloamericani: nel loro ultimo, splendido cd (uscito pochi giorni fa) figurano nomi d’eccezione come Kurt Vile (a cui ho dedicato una recensione: ARTISTA DEL MESE: KURT VILE) e Matt Sweeney.

Il risultato è eccellente, anche se ostico come sempre (ascoltate l’ammaliante Talyat, che farebbe la gioia di ogni bluesman del Mississippi; o dal vivo, in una recente esibizione a Parigi al Les InRock Festival: Tinariwen ⵜⵏⵔ:ⵏ ► Talyadt malat).

Non mancano momenti riflessivi e struggenti come Arhegh ad annagh, a mio avviso un piccolo capolavoro.

Insomma, i Tinariwen sembrano oggi più in forma che mai, e proseguono la loro splendida battaglia culturale ed esistenziale, senza compromessi, consapevoli di essere gli ultimi “uomini liberi”.

AZIZA BRAHIM

Azisa Brahim

La seconda storia che vi raccontiamo è ancora più emblematica, anche se meno famosa di quella dei Tamakesh: è la storia di un Paese che non esiste.

Il Paese esiste, in realtà, si chiama Sahrawi è situato nella parte meridionale del Marocco, ha (avrebbe) dei confini, una capitale, una lingua e una cultura tutta sua, ma non è mai riuscito ad essere riconosciuto come Stato indipendente.

Dopo essere stato dominato dalla Spagna, di cui è stata colonia per lungo tempo fino agli anni sessanta, alla fine del colonialismo la comunità internazionale era pronta al riconoscimento del Sahrawi come Stato indipendente… ma il vicino Marocco si oppose (la zona è ricca di fosfati e dunque economicamente appetibile) e non ha mai riconosciuto l’indipendenza del nascente Stato, che ha annesso a sé e considera ancora oggi, nonostante innumerevoli risoluzioni ONU di segno contrario, una sua provincia meridionale.

Per consolidare le proprie pretese, il Marocco ha invaso e distrutto il Sahrawi, cancellandolo di fatto dalle cartine geografiche e costringendo i suoi abitanti a subire bombardamenti anche mediante napalm e poi deportazioni di massa in campi profughi al confine con l’Algeria.

Qui, tra baracche e tende, in mezzo alla polvere e senza alcuna prospettiva, è nata una folksinger di talento non comune di nome Aziza Brahim: è nata profuga, e senza avere mai conosciuto il padre, combattente nel Sahara e morto poco dopo la sua nascita.

Come spesso accade, laddove non c’è niente e nessuna possibilità di esprimersi, spunta come un fiore la musica, e attraverso la musica il popolo del Sarhawi è riuscito a preservare un po’ della cultura e delle tradizioni secolari che ne hanno fatto un popolo così fiero da rifiutare l’assimilazione con il Marocco.

La piccola Aziza è dunque cresciuta ascoltando i canti berberi nelle serate accanto al fuoco, fuori dalla tenda che era tutto il suo mondo, e non sorprende davvero che abbia deciso di studiare musica.

Attraverso un percorso accidentato (è stata dapprima respinta dalla scuola di musica, poi è tornata nel suo campo profughi ed è in qualche modo diventata una professionista), Aziza è sfuggita alla miseria e alle tende del deserto andando a vivere in Spagna, mescolando così le tradizioni del deserto del Sahara con gli idiomi arabeggianti del flamenco e divenendo una esperta percussionista dello speciale tamburo locale.

La miscela musicale dei suoi brani è così gradevole da avere portato alla realizzazione oltre le aspettative più ardite del sogno dell’artista, che è diventata in un baleno la rappresentante della cultura Sharawi in Europa, ed è riuscita a far parlare del suo martoriato, piccolo popolo un po’ ovunque.

La Brahim ha inciso tre album finora, realizzando una sintesi felice tra la musica spagnola, il blues e le sue radici sahariane (eccone un esempio in “Yulud”).

Le tematiche trattate riguardano l’oppressione del suo popolo, la voglia di libertà e la vita quotidiana in quell’incredibile e suggestivo angolo di mondo sperso tra l’Oceano e il deserto, come questa la Tierra derrama lagrimas: non è tra le sue più belle ma ha un bel video che rende perfettamente l’idea di come vivono gli abitanti del Sahrawi e di quello che hanno passato: si alternano immagini belle solari di persone sorridenti tra le baracche di fango e immagini terribili delle deportazioni di massa e dei soprusi dell’esercito invasore.

La Brahim sembra una pasionaria sudamericana, una di quelle donne d’acciaio che abbiamo visto alzarsi imbracciare una chitarra e sfidare gli oppressori e i dittatori del Cile, dell’Argentina, una specie di Mercedes Sosa africana (“Intifada”, “Buscando la paz”, “Invasores”, “Liberacion de Guelta”, alcuni significativi titoli dei suoi brani: ecco un’esibizione dal vivo di quest’ultimo brano, preceduto da una spiegazione del suo significato).

Una donna forte, capace di dare voce alla protesta in modo gentile e poetico, senza cedere mai alla disperazione, come in questa splendida “Maharbna” (ecco un link all’unico video esistente in rete, ha un’amplificazione terrificante e si perde molto del suono:  peccato comunque ecco un link audio al brano).

C’è fierezza nella sua voce anche quando canta di morte, e dai suoi brani che parlano di oppressione, deportazione e strage traspare una incredibile gioia di vivere che ricorda un’altra regina africana che risponde al nome di Fatoumata Diawara.

Naturalmente, sono proprio i brani in cui la Brahim si fa portavoce delle tradizioni del Sarawi i più interessanti: piccoli scrigni musicali pieni di pathos capaci di trasportarci indietro nel tempo ed immergerci in un mondo davvero “altro, come questa “Mohamed Yislim”, un blues carico di pathos e ipnotico che ci fa quasi mettere in secondo piano il testo, scritto da una poetessa sahrawi in onore di Mohamed Yislm (Ecco il link), o “Laaiuna Ezeina”, sulfureo brano sincopato e trascinante, in cui la chitarra si innesta sul ritmo ossessivo delle percussioni della Brahim prima che si levi il canto selvaggio della nostra indomabile artista (eccovi una rarissima esibizione dal vivo)

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