ARTISTA DEL MESE: THESE NEW PURITANS, LA DIFFICILE EREDITÀ DEL GENIO DI MARK HOLLIS

Il 2019 si è aperto, musicalmente, con alcune “partenze” eccellenti verso quello che un tempo si chiamava, per nascondere il dolore della perdita, il “mondo migliore”.

Tra i rocker che ci hanno lasciato per sempre il più importante è senza dubbio Mark Hollis, fondatore di uno dei gruppi più influenti degli anni ottanta, i Talk Talk, e poi protagonista di una delle più stupefacenti “virate” stilistiche e concettuali della storia della musica rock (ce ne siamo occupati nel LO SAPEVI intitolato“A second life”.)

Con Mark Hollis abbiamo imparato, nel pieno del decennio più “caciarone” della musica moderna, a fermarci e riflettere, a sospendere il tempo e i battiti del cuore, a fluire in un fiume musicale dal movimento quasi impercettibile, in cui ogni nota assume un significato amplificato e misterioso.

La sua “seconda vita” musicale è durata appena pochi anni e si è esaurita in pochi magnifici brani (un esempio, per entrare nella giusta atmosfera, è questa “I believe in you“, che dal vivo non perde nulla della sua incredibile potenza espressiva) per poi essere sostituita da un clamoroso e per certi versi inspiegabile ritiro dalle scene avvenuto oltre venti anni fa, ma la sua fiamma brilla ancora in molti, moltissimi alfieri di una concezione del rock che fa della lentezza e della meditazione i suoi tratti distintivi.

 

Tra gli eredi del compianto Hollis, un posto speciale spetta a Jack Barnett, il più estroso e geniale dei due gemelli che guidano il gruppo dei These New Puritans, autori di un disco, “Inside the Rose“, uscito il 22 marzo del 2019 dopo ben sei anni di silenzio. Sei anni sono un tempo infinito, nelle dinamiche dell’industria musicale di oggi,  che fa pensare ad un’attitudine a rispettare i tempi lenti ed imprevedibili dell’ispirazione personale (anche in questo il gruppo appare simile a Hollis).

Un tempo quasi insopportabile per la schiera di fans che ne ha acclamato le gesta ai tempi del precedente, fortunato “Field of Reeds”, definito all’epoca da quasi tutta la critica il più bell’album del 2013.

All’epoca, si era gridato al miracolo per l’impasto di musica sofisticata e “alta” e riff di immediato impatto, per la capacità di miscelare suoni elettronici ed arrangiamenti jazzistici, come nel capolavoro assoluto dell’album “Fragment Two”, solenne e magnifico, brano oltretutto accompagnato da un video di rara bellezza, semplice ed immaginifico.

Per apprezzare la caratura musicale del gruppo conviene invece riempirsi gli occhi e le orecchie con questa esibizione dello stesso brano in studio.

Non è facile ripartire dopo un disco definito da molti “definitivo” e i giovani londinesi, consapevoli della sfida, si sono presi il tempo necessario a metabolizzare la loro creatura precedente e a trovare le giuste variazioni sul tema per poter portare avanti un discorso musicale che, anche nel nuovo album, non smette di sembrare interessante e fuori dal comune.

Il brano di apertura, “Infinity Vibraphones”, dà la immediata sensazione di un marchio di fabbrica ormai ben collaudato, nonostante la maggiore presenza di ritmo ed un cantato che sembra oggi ispirato al miglior Dave Gahan dei Depeche Mode più intellettuali e meno pop (ascoltalo QUI).

Tipicamente à la “These New Puritans” sono invece l’incedere della batteria sul modello delle marce militari e il continuo apparire e sparire degli archi, alternati da suoni industriali e cori ancestrali. Il brano si fa ascoltare nonostante la lunghezza di oltre sei minuti ed un tono a tratti eccessivamente cupo.

Curiosamente simile alla voce di un altro guru degli anni ottanta, l’indimenticabile David Sylvian, il cantato del brano che dà il titolo all’album, “Inside the Rose”, accompagnato da un video ove bellissime donne completamente nude fanno cose senza senso tipo rotolarsi in pozze d’acqua o agitarsi dietro tende colorate, all’evidente scopo di dare un tocco sexy alla scena in cui un algido Jack Barnett si aggira, del tutto indifferente a tanta grazia, completamente vestito, alternandosi, tanto per dare un tocco di politically correct, ad un uomo vestito solo di un tanga e dei copricapezzoli che fa pole dance: un video davvero brutto, che assesta un colpo formidabile all’idea di splendidi dispensatori di immagini che ci eravamo fatti con il precedente album.

Va un po’ meglio con il video di “Where the Trees are on Fire”, ambientato in un appartamento sfitto, nonostante il leader del gruppo sfoggi uno sguardo così fisso da sembrare inumano (ma, attenzione: al minuto 1.20 accenna ad un sorriso).

Il brano ha comunque una bella atmosfera ed un climax emotivo che riesce ad emozionare con pochi tocchi aggiunti qua e là, con il minimalismo di cui il gruppo sembra ormai essere padrone.

Completa il trittico dei video che accompagnano l’uscita di questo album “Anti-gravity”, che mescola al suono classico del loro pianoforte venature elettroniche con un effetto di ipnotismo ed un senso di dissolvimento che dovrebbe portare alla pacificazione.

Insomma, “Music to disappear into”, come si legge in un azzeccatissimo commento apposto da un fan al video… definizione che possiamo applicare a tutta la musica di questi giovani e talentuosi londinesi.

Album non facile, dunque, ma pieno di spunti e di idee non banali, dove manca forse il brano in grado di eguagliare le vette di “Fragment Two”, ma da ascoltare e riascoltare e in cui perdersi in un’ora di meditazione e pace spirituale… alla ricerca della difficile eredità di Mark Hollis.