Artista del mese

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ARTISTA DEL MESE: TANK AND THE BANGAS

by Costia

Chi ascolta musica tende quasi sempre a costruire recinti immaginari, a dividere ciò che piace (la musica “buona”) da ciò che non piace (la musica “cattiva”), a dare un nome a questi recinti, a inserire ciò che sente in un “genere”… ed è un errore, perché si tratta pur sempre di arte, e l’arte è allergica a steccati, recinti e definizioni. Da sempre, le proposte musicali più interessanti sono infatti quelle di chi riesce a dare un’impronta propria, mescolando generi e stili per creare qualcosa di davvero nuovo e originale. Il gruppo di cui ci occupiamo in questo mese, Tank and the Bangas,  è riuscito nell’impresa più ardita che si possa immaginare: mettere insieme rap e jazz. Il genere musicale più esclusivo e snob a braccetto con l’espressione artistica dei ghetti; musicisti raffinati e dalla tecnica sopraffina al servizio di una frontwoman che si esprime (e spesso duetta) a suon di rime sparate nel microfono in puro slang. Sembra un impasto folle eppure funziona… altroché se funziona! Il gruppo ha appena vinto uno dei più prestigiosi contest musicali, aggiudicandosi la palma di “miglior performance del 2017” dopo aver preso parte ad uno dei famosi “Tiny desk concerts”, piccoli set di 10-15 minuti in cui ogni settimana si alternano rockers singoli e band in uno sfondo che riproduce la cameretta di un giovane, idea che esalta l’atmosfera intima e rilassata delle performances e  che “costringe” i musicisti a suonare praticamente a contatto di gomito gli uni con gli altri….

La formula, per inciso, sta avendo così tanto successo che praticamente tutti i big vi sono passati, e tutte le promesse piccole e grandi della musica attuale: vincere qui è praticamente un attestato di grandezza del mondo musicale che conta. Eppure, quest’anno la vittoria è andata proprio a questo ensemble così fuori dal comune… basta guardare il video della loro breve session al Tiny Desk per capire perché. L’impatto visivo è di quelli che non si dimenticano: la cantante, Tarriona “Tank” Ball, occupa il centro della scena con la sua fisicità imponente e una massa di capelli gonfia come un enorme zucchero filato di colore viola. Come se non bastasse, è  vestita in un modo così eccentrico e colorato che chi la guarda pasa presto dallo stupore all’allegria, con un pantalone rosa con banane gialle e una camicia piena di colori che sembra ispirata a Keith Hearing: una vera festa per gli occhi… ed è solo l’antipasto (potete vedere cento suoi concerti, non troverete mai lo stesso look. E a proposito delle sue incredibili pettinature, la stessa ha dichiarato: “Più alti sono i capelli, più sei vicina a Dio”…!). Dopo un po’ si riesce a distogliere lo sguardo dalla carismatica leader della band, ed a concentrarsi sugli altri “Bangas”: accanto all’esplosiva Tarriona canta e si esibisce Anjelika “Jelly” Joseph, l’altra “voce” del gruppo e suo contraltare nelle indispensabili scaramucce verbali che sono il lievito di tutti i brani rap: look da vera rapper, con berretto all’incontrario e sguardo da dura, movenze da ballerina di hip hop e una mimica facciale estremamente comunicativa. Intorno a loro, i responsabili dei suoni che sono il naturale sfondo su cui i rappers esercitano la loro abilità oratoria… ma – ecco l’altra sorpresa – al posto dei dj e dei suoni campionati, un combo di notevole impatto sonoro: basso e batteria, ben due tastieristi e un allampanato hipster che alterna flauto traverso e sassofono contralto: un vero, moderno gruppo jazz dal suono caldo ed avvolgente e dalla ritmica morbida e mai uguale. Il primo riff di flauto che apre il miniconcerto, subito seguito dal piano e poi dalla base ritmica, spiazza e introduce il doppio binario che caratterizza questo incredibile gruppo dove i due estremi del mondo musicale si toccano e convivono senza alcuno sforzo: i versi, poetici e stralunati e  le frasi sincopate e musicali della Ball seguono una musicalità che non è fatta solo di parole, dove il suono ha una importanza centrale più vicina al soul che al rap e che non può prescindere da un adeguato accompagnamento eseguito da una band in carne e ossa fatta di strumentisti padroni della tecnica e pronti a continui variamenti di ritmo nonché a stop e ripartenze a ripetizione. Chi è in grado di seguire questo compito senza smarrirsi, se non musicisti imbevuti del tipo di musica nato dalla capacità di improvvisare e ed eseguire continue variazioni su un tema iniziale come sono i jazzisti di ogni epoca e latitudine?

Insomma, il gruppo di creatori di suoni alle spalle di Tarriona ha spessore e classe e gli intermezzi musicali sono  pezzi di grande effetto: il ponte tra il primo brano e il secondo (al minuto 6.45) è un capolavoro, con il batterista che -  rimasto solo per un attimo -  moltiplica il ritmo su un solo tamburo, dando immediatamente l’idea al pianista che parte con lo spunto da cui si sviluppa l’intro per il brano che inizia subito dopo (ecco l’intro di “Quick ) Tank and the Bangas sono lì a ricordarci che non esiste musica senza divertimento e capacità di osare anche in territori ritenuti tabu (e del resto,a proposito di jazz, non è stato il grande Miles Davis ad osare l’inosabile, portando ai piani alti della musica colta prima la musica elettronica con “Bitches brew”e poi, nel 1985, un hit spacca-classifiche di Cindy Lauper e facendone un brano autenticamente jazz? Se non ve lo ricordate ecco “Time after time” eseguita dal vivo dal grande Miles:

 

E allora forse è inutile cercare di capire dove finisce il rap e dove comincia il jazz: in fondo, la straordinaria capacità della cantante Tariona Ball di improvvisare sul tema che alle sue spalle cambia continuamente, e di fondere insieme parole e ritmo deve forse molto proprio alle origini del jazz… E quando durante i concerti della band il cantato della Ball diventa suono puro e la vocalist comincia ad eseguire degli scioglilingua senza senso seguendo solo la musica,  sarà la suggestione ma non può non venire in mente lo scat, quella curiosa abitudine dei primi jazzisti di sostituire durante l’esecuzione dei brani alle parole dei meri suoni, trasformando la bocca in una specie di strumento a fiato che ha furoreggiato negli anni venti e trenta del secolo scorso (eccovi un paio di esempi di scat eseguiti dall’indiscusso maestro del genere, il “padre” del jass Louis Armstrong: Heebies Jeebies e la superfamosa Hallo Dolly”, hit vecchia di un secolo. La suggestione è forte, ma come si fa a non pensare che lo scat  – così come del resto lo stesso Louis Armstrong – viene da New Orleans, la stessa città da dove provengono Tank and the Bangas? Qualcosa di questa attitudine locale a giocare coi generi, a travolgere la distinzione tra suoni e parole, sembra misteriosamente passato di generazione in generazione fino ad arrivare a questi moderni campioni della musica di oggi, che suonano rap come se fosse jazz, e cantano utilizzando i suoni della bocca come i loro antichi padri. E forse non si può davvero prescindere da New Orleans, la città dove tutto è cominciato, dove è nato il jazz dalle band che accompagnavano i funerali con struggenti, folli melodie allegre, dove la tecnica sopraffina non può prescindere da un pizzico di follia… la città che ancora oggi non sembra fatta della stessa pasta di Boston, Portland o mille altre città statunitensi, ma sembra un pezzo di un mondo alieno e bellissimo, dove convivono le spezie africane e i colori di Cuba, dove ognuno è a casa sua e dove il voodoo, la magia, la musica, il cibo, la natura dominano in ogni istante (per comprendere cosa sia oggi New Orleans, e quanto la scena musicale locale debba in egual misura ad una tradizione secolare ed alla voglia di innovare e andare oltre dovete assolutamente vedere questo bellissimo documentario a puntate girato dall’italianissimo Michele Boreggi dal titolo “Shotgun Boogie: New Orleans” immagini mozzafiato, un’atmosfera unica e… musica, musicisti spettacolari e incanto ad ogni fotogramma

 

E in questo contesto unico  – in cui non esistono barriere ed è “strano” chi non osa e non si mette in gioco – che va calata la proposta di Tank and the Bangas, miscela esplosiva e originale non perché propone le fusione di mondi impossibili, ma perché guarda avanti senza dimenticare il proprio background musicale e culturale: proprio il breve video dedicato da Michele boreggi alla nostra Tarriona Ball ne è la dimostrazione più evidente, laddove l’artista sceglie di interpretare a cappella “Boxes” in un cortile… e quello che sembrava  un brano rap diviene improvvisamente un saggio poetico, e una esibizione soul (ecco il link al video). C’è tanto soul nelle corde di questa band. Eccone un esempio in “Oh heart

 

C’è musica easy listening, eseguita impeccabilmente dal vivo (The Brady’s); c’è il blues, il funk  fusi alla soul music (The rythm of life) Ciascuno può divertirsi a cercare e trovare mille stili diversi, ma è un esercizio inutile e che porta fuori strada: lo stile di Tarriona Tank Ball e dei meravigliosi e versatili Bangas è quello di vivere di mille stili diversi, giocare su più piani, con un’unica stella polare: divertirsi facendo musica, e non avere confini né barriere…siamo a New Orleans, dove tutto è possibile.

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