ARTISTA DEL MESE: MELANIE DE BIASIO

Se la musica fosse un luogo chiuso e fatto di tanti piccoli recinti, l’artista di questo mese dovrebbe essere recensita in qualche rivista specializzata di jazz.

Per fortuna non è così: il talento e la voglia di sperimentare non accettano steccati, e in musica i frutti migliori vengono spesso da coloro che non si accontentano di essere i più bravi nel loro campo, ma vanno a curiosare in quelli altrui, e mescolano colori e lingue nate in mondi lontanissimi. Il jazz stesso – un tempo ricettacolo e crogiuolo di esperienze diversissime  – vive oggi un momento di crisi ed alcuni dei suoi migliori esponenti (penso all’acclamato sassofonista  Kamasi Washington o allo stesso mito vivente del pianoforte Brad Mehldau) si presentano ormai come creature ibride, portatori di linguaggi che di jazz non hanno che una lontana eco.

Tra le più interessanti proposte del “rock” d’autore degli ultimi tempi troviamo dunque una cantante italo-belga che dall’universo musicale del jazz nasce, anche se sembra oggi in transizione verso un mondo del tutto nuovo, da lei inventato.
Ascoltando i brani di Melanie De Biasio la prima impressione è di trovarsi di fronte ad un’espressione di jazz puro e potente: le spazzole lavorano con una potente linea di contrabbasso a formare una ritmica sinuosa su cui il pianoforte imbastisce e prepara il terreno per la splendida voce della protagonista, proprio come succedeva settanta anni fa con Billie Holiday o Ella Fitzgerald.

Ascoltate la suntuosa No deal, brano di punta del disco del 2013 (il suo secondo) che l’ha lanciata nell’empireo della star del genere e vi sembrerà di essere a New York, in un locale fumoso tanti anni fa, ai tempi d’oro della musica jazz.
Ma qualcosa non torna del tutto: fate caso alla sua voce, così adatta al nero e alle linee scure delle notti urbane, e poi seguite i suoni dei musicisti, la cui ritmica non è fatta per creare quell’oscillazione così tipica dei vecchi brani jazz (che tutto devono o quasi al dondolio chiamato appunto swing) ma per sottolineare silenzi ed echi… siamo improvvisamente usciti dal recinto jazz, anzi le coordinate sono quelle tipiche di un mondo lontanissimo come quello del trip hop
Non ci credete? Ascoltate lo stesso brano, eseguito solo dalla De Biasio con voce e chitarra, e vi troverete di fronte una interpretazione che ha molti più punti in contatto con la divina Beth Gibbons e con i Portishead (ecco il link a “No Deal” dal vivo) che con le glorie storiche del jazz.

La De Biasio si presenta come una regina, irrompe in ogni brano con eleganza e un’alterigia degna di una nobildonna: la padronanza assoluta della voce, che sembra non tradire mai un’emozione più del dovuto, la avvicina in certi momenti agli esercizi didascalici in cui indulgono alcune jazziste… ma poi sfugge al cliché con un guizzo, dovuto proprio a quella curiosità che la caratterizza, e che la spinge a contaminare i suoi suoni con battiti afro e nuances soul (come in “Afro Blue”, dove domina la linea di basso).

Dal suo mondo di provenienza viene sicuramente l’attitudine a giocare con le canzoni improvvisando e scomponendole in forme sempre nuove, dote che si apprezza soprattutto nelle esibizioni dal vivo: alcuni brani, scritti ed incisi in studio con un’idea ben definita, vengono completamente stravolti nelle esibizioni in pubblico, come accade ad esempio nella bellaYour Freedom is The End of Me”,  che nella versione su disco si regge per tutto il brano sull’inseguirsi delle linee vocali con gli intarsi di pianoforte e che dal vivo la De Biasio propone senza alcuna ritmica, affidando alla sua splendida voce e ad un’evocativa chitarra piena di echi una versione del brano altrettanto bella ma completamente differente in cui tira l’interpretazione fino allo spasimo  e si propone anche al flauto traverso, strumento della sua adolescenza.

Altrove la capacità di affidarsi ad una ritmica sempre eccellente e l’uso di echi e riverberi avvicina i suoi brani ad una versione sofisticata della musica lounge, ricordando il lavoro fatto anni fa da St.Germain (come in “Let me love you”, sostenuta da una spettacolare linea di basso).
La verità è che i suoi brani suonano come dei classici sin dalla nascita, e sembrano adattarsi a qualsiasi vestito (QUI un’altra versione di “No Deal”, arrangiata per orchestra classica con violoncelli e archi vari, in cui la voce della nostra italo-belga si adagia come il velluto).
Il coraggio non le manca, dunque, come ha dimostrato anche due anni fa pubblicando un EP composto da un unico brano di venticinque minuti.
Se avete pazienza vale la pena, si intitola  “Blackened Cities”.


Se non perderà la capacità di avventurarsi in mondi sempre più lontani, le aspetta un grande futuro.