ARTISTA DEL MESE: LIZ GREEN

Ascoltando per la prima volta Liz Green, la prima cosa che viene in mente è che finalmente si è realizzato il sogno di tutti i bambini: hanno inventato la macchina del tempo.

La ragazza sembra appena scesa da uno di quei macchinari infernali che si vedevano nei film della nostra infanzia, capsule traballanti in grado di portare le persone avanti e indietro nel passato o nel futuro… e con la sua aria leggermente stralunata e quell’improbabile frangetta sulla fronte pare confermare che la sua vera epoca non è questa, ma gli anni trenta o quaranta del secolo scorso.

Le sue canzoni sanno di campi di cotone e proibizionismo, locali fumosi dove si serve di frodo whisky distillato in modi avventurosi.

E fuori dal locale strade polverose, quasi prive di macchine ma piene di cavalli e odorose di paglia e terriccio, dove passeggiando può capitare di sentire una banda suonare una marcetta o quella strana musica fatta per accompagnare i funerali in allegria, nella più pura tradizione dei neri americani.

Musica dove gli ottoni la fanno da padrone, e la melodia è affidata all’incastro sonoro di un’irriverente tromba che sottolinea i passaggi apicali, e un trombone fa da contrappunto, e dove il ritmo è dato dallo sbuffare saltellante e morbido del bassotuba.

Bei tempi, quelli in cui la sera ci si poteva sedere in un locale e gustarsi i primi geniali tentativi di quella musica nera eccentrica e geniale ancora giovane e ingenua, in cui gli schiavi riversavano il loro immenso talento e tutta la loro fantasia, e possenti donnone dalla voce baritonale cantavano pene d’amore o drammi esistenziali con infinita grazia e quel modo di scivolare sulle battute musicali in leggero controtempo che dava ai brani un senso di dondolio (che, molto più tardi, sarà appunto chiamato “swing”).

Premete “play” in uno qualsiasi dei brani della Green, e sarete trasportati lontano in compagnia di questa musica ammaliante e lievemente eccentrica, ma dopo un po’ vi accorgerete che le immagini evocate dalla giovane ragazza si sono fatte più nitide… e vi troverete a pensare che – proprio come succedeva nei film che vedevamo da piccoli – la macchina del tempo deve avere avuto un guasto, ed avere mischiato elementi di epoche diverse: che ci fanno, in questi scenari musicali presi dal jazz di New Orleans, quelle nuances e quei colori così europei, quelle spezie tipiche del folk inglese? E quelle atmosfere da caffè viennese di inizio secolo? e quegli aromi tipicamente klezmer?

Per non parlare di quel kazoo che ogni tanto fa sentire la sua voce irriverente, tra i cugini nobili che danno la ritmica a suon di ottoni.

Insomma, qualcosa non quadra, e forse la giovane ragazza cresciuta nelle inglesissime campagne di Manchester non ce la conta giusta.

Più la si ascolta, più si comprende il motivo del fascino di questa proposta, che in realtà non sa di deja vu ma è un qualcosa di nuovo e profondamente calato nella realtà musicale attuale: non si tratta di una rivisitazione di atmosfere del passato, ma di una brillante operazione di melting pot di suggestioni, essenze, colori, presi un po’ da tutte le parti e mescolati con grazia e intelligenza artistica a comporre una tavolozza con cui dipingere cose vecchie e nuove.

Il tutto, secondo un estro personale e un approccio che, proprio nella totale assimilazione e digestione di tutto quello che è stato, risente della gioia di contaminare e di un certo sperimentalismo che ne fa, anche se in un modo originale e inedito, un’esponente ultramoderna di una nuova tendenza della musica attuale.

E’ tipica di oggi, infatti, questa voglia di abbattere ogni tipo di steccato, che mette in crisi i cultori delle etichette ma manda in visibilio i veri amanti della musica.

E oplà, la Liz Green uscita dal passato non c’è più: ha ceduto il posto ad una Liz vera artista del nuovo mondo del rock. Così come modernissimo è l’approccio minimale dei suoi arrangiamenti: l’arte del sottrarre il superfluo per far risaltare i silenzi, gli spazi, e dare ad ogni accordo il giusto peso, che è tipico delle ultime tendenze della letteratura.

La musica della Green sembra nata per una partitura orchestrale, e la si immagina facilmente accompagnata da un’orchestra di venti elementi, proprio come sarebbe accaduto se la ragazza fosse nata davvero settanta anni fa.

Ma la sua sensibilità è diversa, e come detto molto attuale, e lo sforzo è tutto nel dare la stessa atmosfera di un’orchestra di tanti elementi con un solo tocco, elegante e sinuoso, di un trombone; sostituire all’antico contrappunto jazzistico di sei o otto fiati una lieve tromba in sordina che prende piano la scena alternandosi con la voce della cantante.

Un lieve oscillare del ritmo, un cenno del bassotuba sono bozzetti evocativi di un mondo: il gusto pittorico ed impressionista della ragazza restituisce con un colpo di pennello il lavoro certosino degli artisti del passato.

Il suo primo singolo, tratto dall’album d’esordio, ne è un brillante esempio: ascoltate il dipanarsi del racconto, triste e realistico, dei primi versi di “Bad Medicine”, seguite l’accordo di chitarra in quello che sembra un eccentrico approccio al folk inglese, prima che si accendano le luci sul palco, e l’ingresso di un soffio di trombone cambi la scena: comincia un dialogo con un sax, discreto e avvolgente, poche note distillate con cura e ci si ritrova in un mondo e in un tempo diverso. Il resto scopritelo da soli, non voglio rovinarvi le mille sorprese nascoste in questo brano dalla melodia semplice e dall’architettura armonica dalle mille stanze nascoste.

E a proposito del suo gusto pittorico e della sua inclinazione per le arti figurative, un discorso a parte meritano i suoi video, affidati quasi sempre a veri maghi dell’animazione, che esaltano le atmosfere musicali con storie surreali e buffe (eccovi il video della stessa canzone di prima, così dopo aver gustato i suoni potete concentrarvi sulle immagini)

Anche la predilezione per i tempi dispari la dice lunga sulle atmosfere predilette dalla nostra Liz: valzer, polke e altri ritmi di altre epoche troneggiano, scanditi in modo aulico e buffo dal bassotuba, come nella scintillante “Displacement’s Song”, dove le strofe evolvono in modo drammatico fino all’epilogo in crescendo, per poi riprendere la marcia sbilenca accompagnate dalla voce nasale e lirica dell’artista. Le immagini del video, fatto questa volta di disegni animati in splendido bianco e nero, portano l’attenzione sul testo, drammatico e intenso: c’è anche la nostra Liz, unica presenza umana in mezzo ai disegni, con posa e vesti di donna deliziosamente d’antan.

L’ultimo disco della Green, “Haul Away”, uscito nel 2014, conferma quanto di buono era già emerso con il suo esordio ed aggiunge, come era lecito aspettarsi, una complessità sonora più evidente e una maggiore varietà di soluzioni.

La canzone che dà il titolo all’album, “Haul Away”, vede come protagonista il suono elegante e versatile del pianoforte, quasi assente nelle tracce del primo album, nella duplice veste ritmica e melodica.

Ma è soprattutto la maggiore padronanza della scrittura a stupire: il brano è una lunga e articolata sequenza di cambi di ritmo che sembrano seguire i pensieri della cantante, alternando tempi lentissimi e cavalcate ritmate dal piano per poi riprendere in un andamento saltellante ed eccentrico che toglie ogni punto di riferimento e costringe l’ascoltatore ad un ascolto attento. E anche il video relativo ha una prospettiva diversa: senza rinunciare al gusto di mettere in scena splendide immagini ad accompagnare le sue note, questa volta Liz mette in gioco se stessa, e presta il suo viso e le sue movenze da donna d’altri tempi al servizio dei disegnatori e dei grafici che imbastiscono una storia surreale e tenera come un film di Buster Keaton o di Chaplin, mentre la musica scorre come nelle vecchie colonne dei film muti.

Ancora atmosfere prese dalla vecchia Europa e suggestioni klezmer in “Rybka”, storia di un amico polacco della Green col vizio dell’alcol, accompagnata da un video con splendidi pupazzi che si alternano ad attori muti, in un’ulteriore dimostrazione della verve artistica a tutto tondo della nostra buffa beniamina.

Si ispira invece alle marionette di cartapesta e al teatro dei burattini il video che accompagna “Where the River Don’t Flow”, piccolo dramma di coppia ambientato nella Londra del 1906, brano caratterizzato da uno spumeggiante andare del pianoforte e dai soliti cambi di ritmo, continui e spiazzanti, come colpi di scena.