ARTISTA DEL MESE: KURT VILE

Qual è il segreto del rock?

In fondo si tratta di una musica semplice, nata come idea di intrattenimento per giovani dotati di pochi strumenti ed eseguita spesso con pochissimi e semplici accordi.

Perché allora, dopo sessant’anni di vita, questo modo di parlare e di comunicare sentimenti sembra non stancare mai, generazione dopo generazione, e continua ad accompagnare la vita e le avventure dei ragazzi e dei sognatori di tutte le età?

Forse è proprio la semplicità la risposta segreta: al di là degli innumerevoli e spesso bellissimi tentativi di costruire melodie complesse, armonie ardite e lo sforzo di dotarsi di orchestrazioni imponenti e suoni inediti, periodicamente spunta un giovane armato solo di voce e chitarra, e con quattro accordi ripetuti all’infinito riaccende la fiaccola del rock… e tutto riparte magicamente da dove era cominciato.

Oggi questa fiaccola l’ha in mano un rocker americano trentaseienne (è nato a gennaio del 1980, ha appena festeggiato il suo compleanno, considerate se volete questa recensione il… regalo della redazione!) di nome Kurt Vile, uno di quei tipi che sembrano usciti da un film sul rock anni settanta: capello lunghissimo e selvaggio, camicia jeans e stivali di pelle, un’abilità mostruosa con la chitarra, che suona sempre amplificata.

Nei video che accompagnano il lancio dei suoi singoli lo si vede non di rado cantare appoggiato con aria pensosa ad una delle tipiche macchinone lunghissime che sono parte dell’immaginario collettivo sugli Stati Uniti più selvaggi, insieme alle highways infinite e senza una curva…

Se a questo look leggermente retro accoppiate una voce non eccelsa (e spesso affetta da timbro nasale) e un accento che lo porta ad arrotolare tutte le parole come delle molle, viene da chiedersi quale possa essere il suo futuro come rocker…

Eppure…

Mettete un suo disco, uno qualsiasi, premete play e … eccovi al centro del mistero del rock: con due accordi che chiunque può pensare di riprodurre a casa Kurt vi assalirà a sorpresa con melodie struggenti che vi riempiranno di nostalgia per i deserti e i canyon americani (anche se non ci siete mai stati, che domande!), riff trascinanti che vi faranno ballare e sorridere senza un perché, e vi perderete negli interminabili giri armonici che Vile ripeterà mille e mille volte fino a farvi perdere il senso del tempo e del ritmo, e a trasportarvi nel suo mondo.

Per queste sue caratteristiche la musica di Kurt Vile è stata definita anche psych-folk, ma di psichedelico secondo me c’è poco: si tratta dell’eterno fascino di chitarra e voce che è il motore immobile del rock e della musica americana, qui impreziosito da lunghissimi assoli circolari di chitarra che devono più a Steve Gunn e a molti eroi della chitarra elettrica che alla psichedelia anni settanta.

I suoi padri spirituali siedono nel Gotha del rock born in the U.S.A., primo tra tutti l’eroe Bruce Springsteen, ed accanto a lui Tom Petty e i Pavements.

Non mancano influenze di Neil Young, e se dobbiamo proprio allontanarci dagli Stati Uniti non dobbiamo andare comunque più lontano del Canada, per trovare uno spruzzo del vecchio leone Brian Adams e le sue wild rock ballads. Il nostro ha assimilato la lezione dei padri, anche se la propone in un modo un po’ indolente e scazzato tipico dei ragazzi di oggi, come se l’antica passione civile e sociale di un tempo fosse svaporata in uno sguardo assonnato e vagamente fuori fase: il simbolo di questo suo atteggiamento è la descrizione del suo risveglio in “Pretty Pimpin”, tipica del post-nottata brava, con il rocker che allegramente discetta del fatto di non riconoscersi allo specchio (gustatevi questo bel video del brano,e presto anche voi non potrete fare a meno di canticchiare con lui: “I woke up this morning, I didn’t recognize the man in the mirror, then I laughed and said: Oh silly me, that’s just me”).

I suoi brani sono anzi la perfetta colonna sonora di un certo tipo di vita, americano ma non solo (eccola in tutto il suo fascino in questo video di “Baby’s arms”, dove potete seguire una coppia di giovani molto fighi e annoiati, tra piroette con lo skate, cazzeggi vari in sfondi urbani e serata finale da graffitari: link video ).

L’effetto finale è comunque coinvolgente ed immediato, e centra il bersaglio praticamente ad ogni brano: sia che scelga di sedurvi e ipnotizzarvi con una ballata lenta, come l’ammaliante “That’s life, tho (almost hate to say)” (eccola in un’esecuzione dal vivo: video qui), sia che vi voglia far alzare dalla sedia e ballare sfrenatamente (e lo farete, ovvio che lo farete!), come nella già menzionata “Pretty Pimpin” (ecco un altro link al brano, questa volta dal vivo, così per farvi vedere che il nostro si circonda esclusivamente di musicisti dai capelli lunghi almeno un metro: video qui), si può essere certi del risultato: dopo neanche un minuto vi sentirete fratelli di Kurt Vile, e le sue canzoni vi sembreranno familiari e nuove, come accade solo ai grandi!

E se decide di farvi una dichiarazione d’amore, con la sua voce buffa da Paperino, cadrete ai suoi piedi: ascoltate “Wild imagination” (link video), donne, e dubiterete del vostro partner, perché sarete pronte a scappare a bordo di una decappotabile con questo capellone dall’aria dolce e poco presentabile ai vostri amici!

I suoi brani hanno l’allure dei classici della musica “leggera” e sembrano non stancare mai: non si può chiedere di più ad un menestrello armato solo di sogni e chitarra, basso e batteria.

Guardate le sue dita strette sul plettro che danza lento tra le corde metalliche della chitarra in questa splendida esecuzione di “Wheelhouse”: lì troverete le radici ed i frutti più splendenti di quel mistero chiamato rock.