Artista del mese

Fink

ARTISTA DEL MESE: FINK

by Costia

Imbracciare una chitarra e dare voce ai propri sentimenti; parlare d’amore, di amicizia, dei piccoli grandi drammi della vita di tutti i giorni.

Quasi tutti i rocker hanno cominciato così, e il punto ideale in cui inizia il percorso che porta ad essere una star da milioni di fan è quasi sempre costituito dalle quattro mura di una stanza tappezzata di poster, in cui si può essere sinceri e musicare l’anima senza compromessi né filtri, come dopo non ti accadrà più.

Ma esistono carriere fatte al contrario: uomini che nascono vecchi per morire bambini, rocker per i quali la semplicità, il mettersi a nudo sono traguardi e non punti di partenza… perché per mettersi a nudo ci vuole una grande incoscienza – e quella la ricevi in dono da bambino, e poi te la levano – oppure un coraggio infinito, e questo lo ottieni solo da grande, se sei fortunato e hai talento e sensibilità fuori dal comune.

Questa è la storia del più affascinante “vecchio tornato bambino” del rock.

Finn Greenall nasce a Brighton, ma va a vivere giovanissimo a Bristol, negli anni in cui questa cittadina inglese diventa la capitale della musica, sede di un movimento musicale originale in cui rock e musica dub si fondono in un mix colto e raffinato, cupo e ipnotico chiamato trip hop o (appunto) Bristol sound): Massive Attack, Tricky, Portishead dettano legge ed abbattono i confini tra due mondi che sembravano antitetici, quello dei rockers e quello dei Dj.

Il nostro eroe rimane affascinato dal mondo dei club, e sceglie di votare il suo talento ad un tipo di musica che gli consente di lavorare con i suoni senza esporsi in prima persona.

Ed è così bravo da diventare uno dei migliori dj al mondo: gira ovunque e dispensa musica, nascosto dietro la consolle, e presto comincia a buttare le sue idee tra i solchi scratchati dei dischi altrui, fino a produrre il suo primo disco di musica da club (per gli amanti del genere, ecco It seemed I collected something, part. 2).

Il talento c’è, per quanto lo si voglia nascondere, ed arriva il successo, che porta Finn Greenall, che nel frattempo ha assunto il nome d’arte di Fink, a divenire un un punto di riferimento per gli addetti ai lavori.

Le idee e le cose da dire sono tante; manca forse la voglia di esporsi, perciò ecco la soluzione: diventare produttore, mettere il talento al servizio degli altri e stare dietro le quinte in un altro modo.

Comincia la seconda carriera musicale di Fink, che diventa produttore di alcuni dei migliori lavori di nomi pesanti ed influenti del rock inglese di qualità: il suo nome compare nelle note di cd degli Elbow del guru Guy Garvey, così come in alcuni lavori di Ryuichi Sakamoto.

Insomma, alcuni capitoli non trascurabili della recente storia del rock portano la sua mano, sapiente e invisibile come piace a lui, fino all’incontro con una giovanissima Amy Winehouse, di cui Fink diventa l’alter ego e l’ombra musicale, contribuendo a scrivere dall’ombra una delle pagine più affascinanti della musica degli ultimi anni.

Tra i due nasce un rapporto simbiotico ed intenso: Fink assorbe il talento che promana da ogni gesto della diva che ancora non sa di esserlo, ed è per la ragazza fragile e maginifica che sta per accendere il firmamento della musica un appoggio fidato e sicuro (Fink ha ricordato di avere giurato alla ragazzina Amy che un giorno avrebbe vinto più Grammy Awards di chiunque altro, e di essere fiero di avere avuto ragione).

Ma si sa com’è finita questa bella favola, nel modo più tragico che si potesse immaginare.

E’ tempo di nuovi cambiamenti, di un nuovo viaggio per questo “pellegrino” del rock, che scrive un pugno di nuove tracce da sottoporre ai cantanti hip hop, proponendo loro di prestare voce e immagine per il suo secondo album da Dj.

Ed è qui che accade l’imprevisto: molti di quei cantanti, dopo aver sentito i demo inviati da Fink e composti da semplici brani con la sua voce e un accompagnamento di chitarra (giusto per dare un’idea delle future tracce su cui lavorare per farne pezzi trip hop da mixare e rimixare nei club), scrivono a Fink di essere impressionati dal giovane cantante che canta nei demo, e poponendo al mittente di far cantare lui al posto loro.

E così, quasi per caso, il nostro Grenall trova il odo e forse il coraggio per uscire dall’ombra e prendersi la ribalta: il Dj nato vecchio scompare, e al suo posto c’è un artista nuovo, con la semplicità e la forza vitale di un ragazzo e la maturità artistica di un saggio che ha vissuto già tante vite.

Fink ha scritto quattro album, utilizzando la stessa formula: la sua voce e la sua chitarra, accompagnata dal suono preciso e discreto dei suoi due migliori amici come base ritmica.

La sua nuova forza è nella semplicità, nel coraggio di mettersi a nudo che danno ad ogni suo brano il crisma ed il fascino di veri e propri spaccati della sua anima, senza intermediari e senza finzioni.

La musica è spesso incalzante e fatta per esaltare ciascuno dei versi che Fink spara sull’ascoltatore come proiettili, e forse in questa attitudine ad usare ogni frase come una sentenza – oltre che nell’ipnoticità dei suoi arrangiamenti – vi è l’eredità della sua vita da Dj, trasfigurata nella sua nuova veste di cantautore sciamanico.

Anche il look ha subito nel frattempo un impressionante cambiamento, trasformando il giovane Dj in un uomo completamente diverso: naso lungo, viso sofferto, barba sale e pepe, occhi nerissimi e sempre seri, Fink sembra oggi un santone ortodosso più che un rocker.

Non si scherza con la musica, sembra dire l’uomo con tutto il suo io: la musica è una scosa seria, come lo sono i sentimenti, che Fink sente in tutta l’anima, che lo attraversano senza mediazioni, e che ci restituisce con uno sguardo sincero e pieno.

L’album “Hard believer” del 2014 (l’ultimo prima di quello che dovrebbe uscire tra qualche giorno, e che sembra preannunciare una svolta, l’ennesima, verso uno stile blues) è forse quello della maturità.

Dal punto di vista personale, è l’album della ripartenza: Fink ha metabolizzato le scorie della sua vita passata e ora si sente come un pellegrino che ha percorso migliaia di chilometri, ha alle spalle una strada infinita (“come a long way”, ripete per tutto la lunghezza del brano, come se questo fosse l’unico messaggio che vuole trasmettere, e il resto delle parole fosse un semplice corollario di questo concetto) ha visto cose e persone, ha sofferto e imparato, ed è pronto a riprendere il viaggio: “non importa ciò che ieri contava, e il domani non è più tanto lontano per chi viene da una strada così lunga”.

Perciò, è “Pilgrim” il brano-simbolo (non a caso, quello con cui apre i suoi concerti), con i suoi sette minuti calmi ed ossessivi, con i mantra ripetuti per farsi coraggio e il manifesto del suo nuovo credo: “dagli inizi senza importanza derivano i grandi traguardi” .

Il video ufficiale è impressionante per efficacia del messaggio: la telecamera è posta davanti al cantante, che fissa lo schermo per tutto il tempo con il suo sguardo serio e leggermente spiritato; seguiamo così Fink che si alza dalla sedia in cui è seduto per i primi momenti e, proprio come il pellegrino del testo, si incammina. Dietro il suo volto che continua a sputare le parole del suo training autogeno scorrono le immagini ordinarie e volutamente brutte dei giorni che ha dovuto attraversare e si lascia alle spalle (parcheggi, ambienti urbani degradati) ma l’incedere è inarrestabile, verso i “big endings” promessi.

Tra i brani, quasi tutti in grado di colpire al cuore per semplicità ed efficiacia, spicca “Looking too closey”.

L’inizio è epico, come da tradizione del nostro: l’accordo di chitarra insistente quasi su una sola nota e ripetuto a scandire l’arrivo di qualcosa di importante, presto bissato da singole note cadenzate di piano, sono il sipario ideale per l’arrivo del nuovo sermone del predicatore barbuto, che spiazza l’ascoltatore con la frase d’inizio, avvertendolo: “questa canzone riguarda qualcun altro, perciò non preoccuparti”.

Ma è solo l’inizio di un’altra splendida metafora di questo poeta del quotidiano, che punta il dito stavolta su quelli che mantengono sempre una distanza tra sé e il mondo per paura di guardare le cose troppo da vicino, e sporcarsi le mani (Ecco la prima strofa, tradotta per i non anglofili: “questa canzone riguarda qualcun altro, perciò non preoccuparti. Il diavolo si nasconde nei dettagli, dicono, e tu non vuoi farti male guardando le cose troppo da vicino, vero?”). Solo alla fine Fink svela l’arcano, cioè che la critica spietata a chi ha paura di vivere le emozioni troppo intensamente è rivolta a se stesso (“potrei avere torto su qualsiasi altra persona ma non su di te, perciò non prenderti in giro e ammettilo: sei proprio tu quello lì dall’altra parte dello specchio, quello che non ha paura di ferirsi a guardare le cose troppo da vicino”).

Mettere distanza tra sé e ciò che ci ha ferito è l’unico modo per ripartire, per riprendersi dai colpi continui che subisce dalla vita chi ha troppa sensibilità, chi si fa coinvolgere dalla bellezza del mondo e degli altri, e si avvicina troppo finché è troppo tardi per schivare la botta.

E allora, basta punirsi; uscire dall’angolo, buttare le braccia intorno ad una nuova persona.

Distanza è la nuova parola d’ordine, fingere che la vita sia quella di un altro (questa canzone, infatti, riguarda qualcun altro; che bisogno c’è di preoccuparsi?) e mai più vedere le cose troppo da vicino, ché poi si perde la giusta prospettiva, non si capisce più che succede intorno e si abbassano le difese.

Ogni verso uno squarcio di luce, ogni frase un pugno allo stomaco.

Ed anche il video ufficiale è stupendo, con le immagini ravvicinatissime del viso di Fink, delle corde della sua chitarra che vibrano, delle sue dita che danzano a disegnare gli accordi, ognuna grande quanto lo schermo, dei pori della sua pelle scansiti come al microscopio, a dimostrare quanto le cose appaiono diverse a chi le “guarda troppo da vicino”

Se invece volete gustarvelo dal vivo, eccovi una splendida esibizione in studio in presa diretta al KCRW.

Dopo una vita dietro le quinte, dunque, l’uomo Fink sperimenta l’incoscienza e il coraggio degli adolescenti, ed abbandona le sovrastrutture in favore di una semplicità che non lascia scampo a chi non è sincero, a chi non è disposto ad essere sincero fino in fondo.

Tutto viene portato fuori, adesso, con un’urgenza frutto di anni di vita vissuta all’angolo a rimuginare le cose da dire: ogni delusione, ogni esperienza è metabolizzata e traformata in arte.

Ecco da dove nasce la più bella canzone sulla fine dell’amore che sia mai stata scritta, “This is the thing” (qui  il video ufficiale e qui invece la versione live), che ha un testo così bello che merita una traduzione integrale:

COSI’ STANNO LE COSE

Non so se ti sei accorta che c’è qualcosa di diverso:

 si sta facendo buio e fa sempre più freddo, e le notti si allungano.

 Non so nemmeno se ti sei accorta

 che me ne sono andato lontano, amore mio,

 che me ne sono andato lontano, da un sacco di tempo.

 E che oggi le cose che ci separano, sono quelle che mi fanno sentire vivo,

 e le cose che mi fanno sentire vivo, mi rendono solo.

Così stanno le cose.

 Non so se ti sei accorta che c’è qualcosa che manca:

 come le foglie, che non sono più sugli alberi

o i miei vestiti sparsi sul pavimento.

 Non so se te ne sei accorta,

 perché sono stato molto silenzioso quando ho chiuso la porta.

 E che oggi le cose che ci separano, sono quelle che mi fanno sentire vivo,

 e le cose che mi fanno sentire vivo mi rendono solo.

 Così stanno le cose.

E io, che non so nemmeno se ti sei accorta che c’è qualcosa di diverso.

 Non vorrei davvero essere la persona che ha ispirato queste parole, che sembrano scritte sulla pietra, e che portano l’inconfondibile sapore della vita vera.

Lo stesso sguardo impietoso, se non di più, il nostro santone lo rivolge ovviamente a se stesso, e davvero bisogna avere un coraggio fuori dal comune per dire al mondo di avere bisogno di qualcosa che ponga un limite alla propria capacità di compiere sbagli, di percorrere ogni volta quelle strade che sembrano tanto facili da intraprendere quanto difficili da abbandonare (è il tema di un altro brano meraviglioso, Foot in the door).

Perciò, non fermatevi alle melodie pulite ed eleganti, agli arrangiamenti ipnotici ed al bel senso dell’armonia: Fink vi chiede di ascoltare le sue storie, di mettervi in gioco insieme a lui, di partecipare alle sue sedute di autocoscienza, alle sue scarnificazioni del quotidiano, vi chiede di partecipare e di vivere senza mediazioni: il tempo di stare dietro le quinte è finito, ora è il momento di tornare sfrontati e indifesi, è il tempo di essere finalmente adolescenti.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someonePrint this page