ARTISTA DEL MESE: FIL BO RIVA/ KE PA

Curioso come la musica si prenda gioco della realtà, superi in un attimo steccati e barriere e riesca ad andare sempre al cuore. La musica – e l’arte in generale – ci costringe ad alzare sempre la testa e ad allargare le ali, anche quando fuori, per strada, qualcuno fa di tutto perché la testa la teniamo giù. Così, in un momento storico che temo sarà ricordato tra i più scuri dell’ultima epoca, quando sembra che le parole d’ordine siano paura, diffidenza e chiusura verso chiunque sia diverso da te, ecco sbocciare proposte musicali che provengono da una  nuova e definitiva versione del villaggio globale: scomparsi completamente i riferimenti del giardino di casa, questi ragazzi pensano e suonano direttamente dal nuovo mondo, un mondo in cui i confini non hanno senso.

Mentre le vecchie generazioni chiudono cuori e frontiere, i ragazzi chattano da una parte all’altra del globo, si abbeverano di mille influenze culturali e musicali e producono musica che parla un linguaggio universale.

Così, può capitare di ascoltare un giovane francese che divide il suo tempo tra le acrobazie sullo skateboard come uno yankee e sfisate blues alla Robert Johnson (dallo strano nickname  di KE PA) e un ragazzo romano che punta al cuore del rock pescando le sue influenze in un parterre che spazia da James Blake a Jeff Buckley, da Elvis Presley a Terence Trent D’Arby (FIL BO RIVA).

La nostra proposta del mese, più che un artista, è un invito: chiudete gli occhi e aprite le porte (del cuore, dell’anima e tutte le altre che avete) le finestre, gli abbaini, i tettucci… c’è aria nuova in giro. Chiudersi in casa non è proprio una buona idea.

FIL BO RIVA

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© Juliane Spaete

 

Non potevamo che partire da Fil Bo Riva, perché in fondo siamo contenti che questo nostro piccolo viaggio nel villaggio globale parta proprio dalla vecchia e bistrattata Roma. Nonostante il curioso nome d’arte, il più promettente esordio del rock di queste settimane porta la firma di “uno de noi”, un romano de Roma che risponde al nome di battesimo di Filippo Buonamici.

“Uno de noi” per modo di dire, naturalmente (se no che recensione sulla globalizzazione sarebbe?) essendo il ragazzo nato sì a Roma ma cresciuto (anche musicalmente) a Dublino e residente a Berlino, due dei luoghi più cosmopoliti della vecchia Europa, due delle città più pronte da sempre a farsi permeare dalle influenze più disparate.

Ed ecco allora da dove nasce la sua proposta, un mix originale di tradizione e innovazione, un blues che guarda alla soul di classe come  oggi si conviene, condito da una voce tenebrosa e profonda alla Nick Cave ed un groove adatto (gli auguriamo) a scalare le classifiche.

Aggiungiamo un bel look, che ai meno giovani come me richiama alla mente la stella luminosissima di Jeff Buckley ed eccovi servito il possibile nuovo boom del momento.

Eccolo in azione nel video di lancio del suo primo EP, “Like eye did“, irresistibile ballata dal ritmo stop and go: ascoltatelo e … provate a non farvi conquistare dai due riff centrali del pezzo.

Il pezzo è davvero di grande impatto, e dietro l’arrangiamento ed il video studiati per scalare le classifiche si intravede anche sostanza.

A conferma, ecco lo stesso brano, privato di qualche orpello “piacione” di troppo, suonato in studio in duo: voce e due chitarre per esaltare le liriche malinconiche e l’atmosfera, perfetta per fare da contraltare ad un timbro vocale unico e dosato con arte ed una padronanza vocale insolita per un esordiente. LINK.

Tutto l’EP è di ottimo livello e spazia da sonorità più rock a quelle soul, come nell’altro singolo, “Franzis”, dove esprime una sensualità cavernosa e da vero uomo – anche questa molto americana – dei bellocci pronti a fare a pugni ma anche a passare la serata all’angolo del bar con il muso lungo perché la bella di turno è lì che flirta con un altro.

Le radici di questo “romano de Berlino” (o “de Dublino”?) affondano molto all’indietro nella storia del rock, in quella fase magica che dal blues rurale di Roberto Johnson ha condotto alla nascita dei primi rocker e dalla quale ha attinto anche Elvis Presley, al cui stile vocale in fondo si ispira forse il nostro giovane eroe (eccone un esempio nel suo video di esordio, Eye look, registrato secondo quanto lo stesso Fil Bo Riva ha raccontato in un’intervista, nella stanza di un amico adattata a studio di registrazione improvvisato)…. ed attraversano un secolo di musica americana in un soffio, proponendo nello stesso EP un classicone rock con stile vocale che paga tributo agli Alt-J (Killer Queen ).

Nelle ultime settimane Fil Bo Riva ha ripreso, dopo qualche mese di stasi, a sfornare singoli uno dietro l’altro: è in arrivo finalmente il primo album? Intanto eccovi le primizie, Time is Your Gun, gradevole e intensa ballata e  “Go Rilla“. Il nostro ha una passione per i giochi di parole, anche “Like eye did” lo è, che è appena uscito ed ha già spaccato online. Zitto zitto Fil Bo Riva totalizza ad oggi su Spotify 5 o 6 milioni di ascolto per ciascuno dei suoi brani, e scusate se è poco.

E’ nata una stella nel mondo del rock ed è “uno de noi”!

Le sue storie sono spesso storie di abbandono, disillusione amorosa, pianti di maschi inconsolabili e recriminazioni verso donne che sembrano assai più sicure di sé e pronte ad addentare la vita mentre a quell’età i maschietti stanno ancora capendo se mangiare con la forchetta con il cucchiaio.

KEPA

portrait du groupe KEPA

© Kevin Metallier

L’altra proposta del mese riguarda un cantante che sembra appena sceso da uno di quei treni a vapore di qualche tempo fa, che solcavano le praterie del West per approdare (se non erano assaltati da pellerossa urlanti a cavallo) in qualche cittadina con strade dritte e polverose e l’immancabile saloon. Armonica a bocca, cantato strascicato e la predilezione per i tempi in dodicesimi: tutto l’armamentario del tipico bluesman insomma, completo di sigaretta attaccata al manico della chitarra (non all’angolo della bocca, altrimenti l’armonica come la suona?). E la chitarra steel sliding strings, inseparabile compagna di tutti i suoi concerti ed i video, che dà ai suoi brani quel suono così tipicamente yankee…

Un blues dalle influenze messicane che pare discendere dalle melodie straniate di Devndra Banhardt: eccone un suggestivo esempio in “Carlita“.

Peccato che il ragazzo in questione non sia affatto americano, bensì francese!

Il suo nome é Bastien Duverdier e viene da Bayonne, piccola città perduta nell’angolo estremo del Sud della Francia al confine con la Spagna: è qui, in questo pezzo di mondo intriso di cultura basca e profondamente europeo che il nostro Bastien passa le giornate a… fa’ l’americano, dividendo le sue ore tra un lamento blues-western (segnaliamo anche le ottime Indian’s Ride” e Born to Die) ed i virtuosismi di uno sport che più yankee non potrebbe essere. Ké Pa è infatti un apprezzato skater, e in rete esistono decine di video delle sue performances acrobatiche, alcune delle quali davvero notevoli e sicuramente degne di un tipico prodotto dei college statunitensi.

A proposito ecco il video in cui fa skate come uno yankee, naturalmente accompagnato da un ottimo blues da lui stesso composto.

Sulla sua pagina Facebook, ha poi pubblicato anche un altro spettacolare video in cui fa acrobazie folli con lo skate portando con sé una carrozzina con un neonato.


Bastien insegue i suoi personali miti e se ne frega dei nazionalismi, del contesto, persino della realtà: in fondo quello che conta è sognare, e nei sogni si può essere e fare quello che si vuole, come il simpatico nerd un po’ sovrappeso che, tra le steppe innevate dei Pirenei, dà sfogo alla sua immaginazione fingendo di essere Freddie Mercury o una campionessa di pattinaggio sul ghiaccio  nel video di Big Boy , altro trascinante blues a tutta armonica a bocca e un cantato che riesce ad essere incalzante anche se sussurrato.

Non esiste alternativa: se non siete voi a scegliere i vostri sogni, qualcun altro lo farà per voi. E’ quanto accade nel video, divertente ma piuttosto inquietante, di “Doctor do something” ).

 

Toglietevi i paraocchi, prima che sia troppo tardi, abbattete gli steccati: l’America è dentro ciascuno di noi.