Artista del mese

Benjamin Clementine_Times Talks

ARTISTA DEL MESE: BENJAMIN CLEMENTINE

by Costia

Per quasi tutti gli artisti la ricerca di uno stile proprio e personale è una chimera: si parte dall’imitazione più o meno consapevole dei propri idoli dell’adolescenza e si costruisce pian piano una personalità musicale, di pari passo con la costruzione della personalità nella vita. Per questo, normalmente, i primi brani scritti da quelli che poi diventeranno artisti famosi suonano, a risentirli anni dopo, impacciati, acerbi e con una sola vaga ombra dell’artista in potenza. Non c’è nulla di male, intendiamoci, è successo persino ai grandissimi: i Beatles sembravano all’inizio dei cloni di quei cantanti rock anni cinquanta sulle cui canzoni si erano fatti le ossa nei club di Liverpool e poi di Amburgo, e così tanti altri prima e dopo di loro. Ogni tanto però si verifica un fenomeno strano e affascinante: musicisti che entrano in scena già perfettamente formati, come se avessero fatto anni di educazione artistica su Marte o di affinamento in qualche barrique musicale immaginaria, protetti dagli agenti esterni a maturare in splendida  solitudine. E così arrivano esordienti con uno stile già formato, diverso da tutti gli altri ed immediatamente riconoscibile: stile che non può che dare all’inizio un’impressione di essere estremo e persino poco digeribile, proprio perché è diverso da tutto quello che si è abituati ad ascoltare.
Ma che poco a poco conquista e ci si accorge che la mente si è allargata un pochino per accogliere concetti e parole di un linguaggio nuovo. Ed in definitiva si è espansa un pochino: non è questo il regalo più bello che può dare la musica?
Se è  così , Benjamin Clementine è l’artista dell’anno, non del mese.
Egli è infatti nato con una personalità musicale inconfondibile e ben definita sin dal suo esordio, l’album “At Least For Now”, uscito nel 2014: uno stile che solo con  una fantasia sfrenata può essere ricondotto alla grande famiglia del rock.
Benjamin somiglia infatti di più ad un crooner, uno di quei cantanti jazz di una volta che ammaliavano con voce profonda e fare suadente… un crooner dei nostri tempi, assai più travagliati e dolenti dei meravigliosi anni trenta del secolo scorso.
Con il suo tono baritonale, l’impostazione classica e persino con quel fare rigido, quasi sacerdotale, Clementine porta piuttosto in musica le atmosfere di una cattedrale gotica, fantasmi e delitti compresi.
Eccolo dal vivo nel suo brano più famoso del disco d’esordio, “Condolence”: bastano le prime note per capire di essere al cospetto di uno spettacolo, unico e nuovo nella storia centenaria della musica popolare.

L’esibizione dell’artista nell’ambientazione da stanzetta adolescenziale dell’ormai noto “Tiny Desk Concert” ha un che di incongruo, per una grandiosità ed una teatralità che stona in modo meraviglioso con i poster e i libri da ragazzino tipici di queste riprese: il video si apre con una ripresa ravvicinata delle sue mani lunghissime e sinuose come quelle del divino Miles Davis, e si sofferma sulla diteggiatura suadente, poi l’inquadratura si allarga sull’artista, chiuso in un improbabile cappotto blu abbottonato fino al collo che lo fa sembrare ancora più allampanato e alieno ed ingobbito come un novello Glenn Gould; la musica rallenta e Clementine alza la testa dal piano, si gira verso il pubblico e attacca con il suo recitato con voce profonda e impostata, alternando sussurri e gorgheggi tenorili con una padronanza della scena ed un coraggio da veterano.  Ecco, Benjamin Clementine non canta: recita uno spettacolo tutto suo, dove lui è attore e voce narrante, il suo aspetto spesso buffo, a volte elegantissimo cambia di brano in brano così come la sua voce, capace di passare da registri bassissimi a toni grotteschi e falsetti.
In questa scena teatrale c’è quasi sempre solo lui, che riempie gli occhi e le orecchie con il suo pianoforte suonato con vera maestria ed uno stile che deve molto a Debussy e a Satie così come a Tom Waits e David Bowie.
La sua personalità erompe da ogni nota, ed è capace di catalizzare l’attenzione in qualsiasi contesto.
La prova diretta l’ho avuta incappando in un video in cui Clementine si è prestato a suonare “Adios”, altro estratto dal suo disco d’esordio, come accompagnamento ad una sfilata di moda: appena ho iniziato a vedere il video la mia prima reazione è stata di rabbia e delusione, nel vedere un artista così promettente e bravo, per quanto giovane e non ancora famoso, ridotto a fare da accompagnatore a modelli e modelle che gli ancheggiavano ad un metro, in mezzo ad un pubblico che era lì per tutt’altro motivo che per la sua musica.
Poi però la curiosità per questo connubio impossibile ha preso il sopravvento, e davvero ne è valsa la pena: dopo pochi istanti questo strano, eccentrico artista aveva conquistato del tutto la scena, tanto che non solo io ero rapito dalla performance e dalla lotta titanica tra voce, piano e violoncello ma anche molti degli spettatori hanno cominciato a voltare la testa e a seguire il brano anziché la sfilata, fino alla scena paradossale di uno dei presenti che ha smesso di fotografare i vestiti ed ha iniziato a scattare foto al musicista: Benjamin Clementine in qualche modo giganteggiava anche lì, anzi sembrava perfettamente a suo agio, come se tutto il contesto fosse solo una sua invenzione o una scena inventata da lui per sottolineare beffardamente le parole di distacco e di dolore del testo…. Fino all’incredibile ovazione finale ad un brano difficile, quasi indigeribile eppure a suo modo, come tutto quello che viene da questo eccentrico cantante, meraviglioso.


Vi gira la testa? Non era che il debutto. Da pochi giorni è uscito il suo secondo album, “I Tell A Fly”, destinato a surclassare il primo e a farvelo amare (o detestare) ancora di più. La musica è diventata definitivamente strumento di uno strano teatro di suoni parole, rumori e atmosfere.

Naturalmente si tratta di un concept album, dove tutti i brani sono legati da un filo logico: una storia musicata di un’ora,  che immagino sarà arricchita dal vivo da scene e luci degne di uno spettacolo totale. La trama  – la storia di una mosca e del suo viaggio immaginario attraverso il mondo – è la cosa meno importante; quel che conta è che essa funge da collante e spiegazione alle atmosfere grottesche ed esasperate del disco, che ricorda le rappresentazioni circensi e le storie di ragni parlanti di “The Black Rider” del grande Tom Waits.

Il piano forte è ancora al centro del mondo  come la sua fantastica voce, ma un’intera orchestra accompagna ora le evoluzioni e le elucubrazioni del nostro, insieme ad un coro maschile che dal jazz anni trenta sembra essersi evoluto in qualcosa di diverso ed inedito, come un contrappunto che sottolinea i versi del protagonista e li rilancia in un dialogo continuo.
Seguiamo tra lo sgomento e il divertito l’insetto lanciarsi nella “giungla” del mondo, introdotto da voci inquietanti e dalla voce narrante che con fare rassicurante ci invita a seguirlo in questo universo parallelo, distorto e pieno di pericoli (God Save The Jungle; dal vivo, anche se un po’ della magia si perde inevitabilmente: ( link “God Save The Jungle” live).
Ci ubriachiamo delle mille evoluzioni musicali dell’inesauribile Clementine, rimaniamo storditi dai cambi di ritmo e scenario (Better Sorry Than Asafe; anche qui ecco una versione live dello stesso brano), dalla musica che ci invade da ogni lato e senza darci il tempo di riflettere ci porta su e giù come in un volo senza controllo, assorbiamo impressioni, colori, odori del mondo immaginifico e tremendo di questo vulcanico artista (Phantom of Aleppoville”, qui nel primo video ufficiale di questo album, e qui ancora dal vivo), e senza sosta arriviamo alla fine di questo immaginario giro del mondo senza fiato… e ci accorgiamo che il mondo grottesco e immaginario in cui ci ha portato Clementine è il nostro mondo, fatto di storie di immigrati senza speranza nelle banlieu di Parigi e di guerre insensate come quella in Siria, di uso distorto dei mass media e di una politica che ci rende alieni ed insignificanti spettatori come mosche, sempre in bilico tra l’estasi del volo e la paura di essere schiacciati.
La grandiosa sfacciataggine di un Freddie Mercury, un controllo assoluto della tradizione ed un coraggio di uscire dagli schemi che ricorda il primo Antony Hegarty: benvenuto ad un nuovo grande della musica.

 

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