Artista del mese

Alt-J

ARTISTA DEL MESE: Alt – J

by Costia

E’ uscito da poco il terzo disco degli Alt-J, ed è praticamente obbligatorio scegliere questo gruppo nella nostra recensione, per due motivi: uno commerciale ed un altro più “nostro”.

Il motivo commerciale è che si tratta di una band di ragazzi prodigio, una di quelle che muovono cifre da big e fanno ascolti a milioni su Spotify, Deezer e simili (su Spotify il loro brano più popolare totalizza ad oggi 190 milioni di ascolti!), pur non trattandosi di un gruppo pop, bensì di un ensemble con ambizioni dichiarate di comporre musica di qualità alta.

Parliamo dunque di uno dei punti di riferimento della musica rock attuale, superiore per numeri (anche se molto meno famoso) ai Radiohead e a chiunque altro vi venga in mente (solo per rendere un’idea, il brano più ascoltato di Yorke e compagni si ferma a 177 milioni: magari non è un criterio oggettivo per misurare il “peso” di un artista, ma si tratta comunque di numeri che fanno riflettere, no?).

L’altro motivo per farne oggetto di approfondimento su questa rubrica, il motivo “nostro”, è che questo gruppo ha una “storia” da raccontare, una storia particolare ed interessante anche se – come vedremo – manca il lieto fine.

Ma andiamo con ordine e cominciamo dall’inizio, perché è l’inizio che spiega tutto.

Il gruppo nasce circa dieci anni fa dall’unione di tre studenti inglesi di belle arti ed uno di letteratura, che cominciano a suonare un po’ per gioco, utilizzando un programma per computer che qualsiasi PC contiene di default (garageBand).

Il rapporto con l’informatica e le sue mille fascinazioni sembra da subito centrale per la poetica della neonata band, che sceglie come nome una combinazione di tasti del computer: premendo i tasti “Alt” e “j” compare infatti il simbolo corrispondente alla Delta maiuscola dell’alfabeto greco (sulla tastiera inglese, non sulla nostra: è inutile che proviate a casa, da noi dovete fare “alt” e “h”).

Questo simbolo è associato in matematica al concetto di “cambiamento”, come uno di loro spiegherà qualche anno più tardi in un’intervista… è un po’ cervellotico come nome, ma a suo modo affascinante, anche perché contiene in nuce il bello e il limite di questo gruppo, riassumibile secondo me nella continua attitudine a pescare riferimenti fuori dal mondo musicale.

Il loro album d’esordio, “An awesome wave”, esce nel 2012, ed è zeppo di richiami al mondo letterario, cinematografico e ovviamente del mondo dei computer e dell’informatica: nei loro testi si trovano citazioni di libri per bambini (“Where the wild things are” di Maurice Sendak) e romanzi (“Last exit to Brooklyn” di Huebert Selby), canzoni di altri autori (“The wrote and the writ” di Johnny Flinn), di film (“Leon” di Luc Besson), più frammenti di matematica, geometria (in un brano si cita la formula matematica del pi greco) e chissà quante altre cose mescolate nel frullatore prima di divenire materia per il fluire inarrestabile del cantato di Joe Newman, leader e vocalist del gruppo.

Al momento però quasi non ci si accorge di questa bulimia citazionista, per il motivo più banale del mondo: il disco è bello assai.

E’ bello perché introduce un linguaggio nuovo, dove elettronica e rock sono a servizio di melodie trascinanti senza essere banali: una costruzione meditata lega un brano all’altro, a volte senza soluzione di continuità come nei concept album di tante generazioni fa, ma in modo fluido e naturale, sì che ci si trova dopo pochi minuti immersi in un mondo di echi, riverberi e melodie sognanti.

Su tutto, la particolarissima voce del cantante, una “non voce” in cui gli unici toni usati sono un cantato nasale quasi biascicato e un falsetto teso al limite delle possibilità canore del suo autore (che a volte, non solo dal vivo ma anche nelle tracce in studio, si rompe e stona, cosa che non sembra preoccupare affatto né lui né nessun altro): più che in molti altri gruppi, la voce sembra uno strumento ritmico, ed ogni verso viene declamato metricamente per essere adattato in forme geometriche, a scapito del significato, come in una filastrocca.

La drammaticità degli arrangiamenti salva il gruppo dall’inevitabile paragone con i Coldplay, guru della musica “colta-ma-fruibile” dell’epoca, e li pone in una fascia più alta, tanto che qualcuno si spinge incautamente ad accostarli ai Radiohead; ma i nostri possono fare spallucce al lavoro dei critici, perché il pubblico è con loro in massa, e ne decreta il successo, immediato e travolgente.

Il singolo d’esordio, “Breezeblock”, è comunque davvero notevole e si imprime subito nella mente, con i suoi continui stop and go e gli stacchi ripetuti e scanditi da batteria e voce unite (chi di voi non si è unito al “la la la la” che ne segna quasi ogni strofa?): il brano è stranamente ballabile pur nei suoi lunghi momenti senza ritmica, e nonostante un testo inquietante, con il cantante che implora la sua amata di non andare via promettendo di mangiarla (“Please don’t go, I love you so, I’ll eat you whole”: qui un link al brano con il testo. Chi vuole può divertirsi a cercare le citazioni letterarie contenute, sono sorprendentemente tante per un brano che ha spopolato ovunque, anche come brano riempipista da ballare fino a sfinirsi).

A completare l’impatto del brano, un video semplice ma geniale, dove il “laterizio” del titolo (è la traduzione in italiano di “Breezeblock”) è protagonista dalla prima all’ultima inquadratura di una storia montata sapientemente al contrario, sicché dalla scena finale (una donna giace morta in una vasca piena d’acqua, con un grosso mattone poggiato sul petto) si risale a quella immediatamente precedente, che spiega come la donna è morta, e da quella via via si risale all’inizio della storia, che non vi riveliamo per non rovinare la sorpresa.

Possiamo però dirvi che il regista è davvero geniale, tanto che cambierete idea su come sono andate le cose ogni cinque secondi, e alla fine rimarrete a bocca aperta e rivedrete il video più e più volte fino a ricostruirne completamente la trama… niente male davvero!

(esiste su Youtube anche la versione montata al contrario, cioè dall’inizio alla fine, per chi non riesce a raccapezzarsi o è semplicemente pigro, ma non ve la postiamo per evitare che cadiate anche voi nell’ossessione… piuttosto, date un’occhiata anche ai commenti sotto il video ufficiale, dove compaiono le ricostruzioni più fantasiose e surreali della storia, a riprova della maestria con cui la stessa è stata costruita).

Ma “An awesome wave” non è solo “Breezeblock”, il singolo con cui tutti i gruppi sognano di irrompere sulla scena musicale (è lui il brano da 190 milioni di ascolti): vi sono diversi brani di ottima fattura, dove il miracolo di fare musica di qualità che sia allo stesso tempo cantabile su una spiaggia sembra ripetersi con la facilità di chi è dotato del vero talento: tra questi, merita un cenno particolare “Tessellate”, con una descrizione intensa e drammatica della storia d’amore del protagonista costruita come una battuta di caccia (“you’re a shark and I’m swimming”: eccoli dal vivo in una bella esibizione in cui “Tessellate” è preceduta da “Interlude”, con i due cantanti che cantano a cappella).

E poi due brani particolarmente ispirati e delicati come nuvole: Taro, dedicata alla morte del celebre fotografo di guerra Robert Capa (Taro è il cognome della sua compagna), in cui spiccano un cantato scandito sillaba per sillaba che si sposa magnificamente con la ritmica e la preziosa linea di basso quasi orientaleggiante; nonché “Matilda”, che dalle scene del film “Leon” (il testo contiene citazioni testuali dei dialoghi della scena finale) trae spunto per un brano dall’incedere magnifico, a mio avviso il vertice del modo di “cantare – non cantare” svagato e quasi fuori tempo di Newman (eccovi un link ad un video con il testo, per i cinefili che troveranno i dialoghi di Leon ma anche per chi, come me, ama concentrarsi sul suono puro senza distrarsi; ed eccoli anche dal vivo, giovani ma già consapevoli del ruolo da primi attori nella scena del rock)… e ve ne sarebbero altri da raccontare, in un album che è zeppo di idee e proietta gli Alt-J nel ristretto gruppo degli artisti all’incrocio ideale tra qualità e fruibilità del prodotto.

Quello che succede ai quattro giovani inglesi dopo questo primo, splendido album è intuibile ma solo in parte: le tournee, la fama, gli occhi del mondo addosso, la pressione e la responsabilità di dare un seguito a questo esordio che pian piano diventa una maledizione che pesa… come un mattone sul petto.

E il seguito arriva, due anni dopo (2014) con “This is all yours”, disco ambizioso più del precedente. Costruito come un immaginario viaggio nella città giapponese di Naro, famosa per un parco urbano dove i cervi girano liberi, e presa dunque a simbolo di una liberazione dagli stereotipi ed in favore degli omosessuali, riprende ed accentua le citazioni letterarie, in alcuni casi addirittura completando e spiegando le citazioni dei brani del primo disco, in una sorta di super concept album.

Il problema è che il gruppo sembra avere perso il passo, e forse l’ispirazione: i brani scivolano via senza lasciare traccia, ed alcune caratteristiche che sembravano originali sono ora accentuate sino a divenire irritanti (ascoltate questa esibizione di “Every Other Freckle”: il cantato del leader, i momenti eseguiti in coro a cappella, gli intarsi del tastierista sono gli stessi del primo disco, eppure in qualche modo non funzionano più).

Vi è un’unica, luminosa eccezione: il singolo “Hunger of the pine” che lascia intravedere un possibile punto di svolta.

In questo brano l’elettronica prende il sopravvento, e il ritmo diventa ancora più sospeso e drammatico, forse perché nel frattempo il bassista (quel biondino che si poteva ammirare dal vivo mentre alternava con una certa maestria esecuzioni classiche ad altre più originali: io l’ho visto ad esempio in un concerto percuotere le corde con un rotolo di skotch, con risultati sonori apprezzabili) ha lasciato il gruppo “per motivi personali”.

Hunger of the pine” è un bellissimo pezzo, ma col senno di poi contiene due spie della deriva che si manifesterà in pieno nel terzo album, quello appena uscito e che dovrei recensire (ora ci arrivo…): l’abuso dell’elemento informatico (la campionatura di un verso di un brano di una nota cantante pop che ne scandisce il ritornello sembra più dettato dalla voglia di stupire che da effettive esigenze musicali) e la continua, quasi ossessiva ricerca di riferimenti extramusicali .

Il video, ad esempio, mostra un giovane che corre in un campo sotto il tiro implacabile di mille frecce che lo colpiscono in punti vitali ma non ne arrestano la corsa: ci vuole poco a capire che si tratta di una sorta di trasposizione cinematografica di un videogame, di quelli dove non muori mai perché le ferite al cuore o alla testa ti “tolgono energia vitale” ma non ti uccidono davvero.

L’idea può anche starci, il problema è che si è perso completamente il significato di ciò che i giovani dottori di letteratura vogliono trasmettere (dopo aver visto le immagini non si può non pensare che si tratta di una scena, girata molto bene e con colori splendidi, di un tipo che corre, senza alcun vero significato).

Sono passati tre anni dall’uscita del secondo album, peraltro un successo impressionante di vendite, superiore al primo, ed eccoci all’uscita di “Relaxer”, che mostra il suo carattere sin dall’inizio: il primo brano ha un titolo apparentemente incomprensibile, “3WW”… basta curiosare un po’ su Internet per scoprire che si tratta della trasposizione di un codice binario… ed eccoci di nuovo con l’ossessione, ormai quasi slegata da ogni contesto, per l’informatica.

Il brano è anche discreto, ma non apporta nulla a quanto gli Alt-J avevano già detto all’esordio: medesimo lo stile, medesimi i vocalizzi e il ritmo sospeso, inframezzato da voci femminili (stessa trovata del primo brano del primo disco)… insomma, l’effetto di manierismo è dietro l’angolo.

Vederli dal vivo è poi un piccolo shock: il tastierista Gus Hunger-Hamilton sembra avere accentuato il look da nerd fino a livelli di autoparodia, mentre il cantante Joe Newman, inquartato e con una cresta gialla di colore diverso dal resto dei capelli, sembra la comparsa di una serie Tv sulla camorra (eccoli nel set di quattro brani per il mio amato “Tiny Desk Concert”).

Soprattutto, il gruppo dà l’impressione di suonare controvoglia e i tre componenti residui degli Alt-J non sorridono neanche per sbaglio (guardate al minuto 4,46 la faccia del chitarrista quando termina il brano: non finge nemmeno di essere contento… e guardate il contrasto con questa performance dei primi tempi, in particolare lo stesso Newman che, sorpreso ed emozionato nello scoprire che il pubblico conosce a memoria il testo del suo brano, rimane letteralmente senza parole, e perde il tempo per ricominciare la strofa… in quel sorriso potete vedere un ragazzo partecipe e raggiante di felicità: link . Il momento a cui ho fatto riferimento è al minuto 1.57).

Il resto del disco (peraltro insolitamente breve, otto brani per un totale di poco più di 45 minuti) non muta l’impressione iniziale: l’altro singolo potenziale, In cold bloodstrombazza come idea “dirompente” una prima riga espressa in codice binario, cioè è una ripetizione senza senso di zero e uno: “0-1-1-1-0-0-1-1”, e non mi dite che la serie numerica nasconde chissà quale profondo messaggio perché non ci credo. La verità è che si tratta ormai di nulla più che giochi di prestigio, fini a se stessi e un po’ tristi come la faccia allargata e privata di ogni espressività del povero Joe Newman, rimasto prigioniero di chissà quale meccanismo perverso dello show business, o semplicemente rassegnato a non saper più riprodurre il suo talento se non in repliche sempre meno convinte e meno convincenti.

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